Costume & Società

Tangentopoli. Una storia lunga vent’anni.

Tangentopoli. Una storia lunga vent’anni.
Roberto Loizzo

di Roberto Loizzo
Esattamente 20 anni fa, il 17 febbraio 1992, la Procura di Milano nell’ambito dell’indagine “Mani Pulite” arrestava in flagranza di reato Mario Chiesa, esponente del PSI e presidente del Pio Albergo Trivulzio.
Cominciava così Tangentopoli, l’inchiesta che ha travolto la Prima Repubblica.
In breve tempo, Chiesa confessò e cominciò a raccontare i particolari di un sistema di corruzione ramificato che coinvolgeva tutti gli aspetti della vita pubblica e politica e che prevedeva la corruzione in Parlamento e nella Pubblica Amministrazione, nonché finanziamenti ai partiti.
Secondo le sue dichiarazioni, la tangente era diventata una sorta di tassa, richiesta nella stragrande maggioranza degli appalti e, a beneficiare del sistema, erano stati politici e partiti di ogni colore.

Nel 1992, l’economista Mario Deaglio calcolò la ricaduta economica del giro di tangenti sui conti dello Stato, e quindi, di conseguenza, sulle tasche dei cittadini. La lievitazione dei costi degli appalti, finalizzata all’ottenimento dei margini fraudolenti, nonché i lavori inventati “ex novo” per generare il giro di tangenti, ebbe una ripercussione rilevante sui costi dello Stato, tanto che, in alcuni casi, l’esborso per le opere pubbliche venne ad essere due, tre, addirittura quattro volte il corrispettivo per analoghe opere pubbliche realizzate in altri paesi europei.
Analizzando storicamente i dati contabili, infatti, il 1992 fu un anno drammatico per i conti dello Stato. Il rapporto debito/PIL superò il 105%. Il 13 agosto 1992 l’agenzia Moody’s declassò il rating italiano ad Aa2 per via dell’insicurezza degli investimenti realizzabile in Italia in quel momento. Per porre un argine alla bancarotta, l’allora governo Amato si vide costretto a varare una finanziaria di 92.000 miliardi di tasse, con in aggiunta il prelievo forzato del 6 per mille su tutti i conti correnti bancari italiani.
Le elezioni di aprile furono segnate dal crescere dell’astensione e dell’indifferenza della popolazione nei confronti della politica. Il calo di consensi investì quasi tutti i maggiori partiti: dalla DC al PSI, dal PSDI al PCI. I veri vincitori delle elezioni furono la Lega Nord e La Rete (neo partito fondato da Leoluca Orlando, dimissionario della DC).

L’opinione pubblica, dopo l’iniziale smarrimento, si schierò in massa dalla parte dei P.M. Nacquero, così, comitati e movimenti spontanei che organizzarono fiaccolate di solidarietà con il pool e sui muri cittadini comparvero scritte come “W Di Pietro”, “Di Pietro non mollare”, “Di Pietro facci sognare” e “Di Pietro tieni duro!”o slogan come “Tangente, tangente. E i diritti della gente?”
Il 7 febbraio 1993, il socialista Silvano Larini, dopo alcuni mesi di latitanza, si consegnò a Di Pietro e confessò la verità sul “conto protezione” (un conto corrente in Svizzera), che aveva come reale destinatario il Partito Socialista nelle persone di Martelli (percettore materiale) e Craxi; il primo si dimise da Ministro della giustizia e si sospese dal partito, venendo poi condannato in appello nel 2001.
Come in tutte le guerre, perché questo è quello che stava accadendo in quegli anni, ci sono scontri sempre più feroci. Nel settembre del 1993, l’allora Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Giuliano Ferrara, annunciò la sua intenzione di denunciare il pool per attentato alla Costituzione. Verrà denunciato solo Borrelli e in seguito assolto.
Il 29 settembre, Cusani denunciò i giudici del pool per diffamazione ed omissione di atti d’ufficio. Il generale Giuseppe Cerciello, imputato nello scandalo delle fiamme sporche, denunciò Borrelli, Colombo e Di Pietro al CSM per presunte manovre intorno al G.I.P. Andrea Padalino, ma i processi dimostreranno che queste accuse erano tutte invenzioni.
Di Pietro nel prosieguo delle sue indagini inizia a riscontrare, sempre più costantemente, il nome di Silvio Berlusconi nelle carte che affollano la sua scrivania. Il 3 ottobre del ‘93 viene arrestato Giulio Tradati, manager Fininvest, e Paolo Berlusconi è rinviato a giudizio Vengono scoperte nuove prove sui fondi segreti di Craxi, tra cui una super-tangente di 10 miliardi di Lire che Berlusconi diede al leader socialista, tramite la società segreta offshore All Iberian.

Il 6 dicembre del 1994, dopo diversi attacchi e paure di attentati e poco prima che si riuscisse a tenere alla Procura di Milano l’interrogatorio, che era previsto per il 26 novembre, dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro si dimette dalla magistratura. La spiegazione resa all’epoca fu quella di voler evitare “di essere tirato per la giacca”, ma sul dettaglio si susseguirono nel tempo varie versioni: quella maggiormente sostenuta fu la fuga di notizie sul mandato di cattura a Berlusconi, reso noto durante la conferenza di Napoli sul crimine transnazionale mentre Di Pietro si trovava a Parigi per rogatorie internazionali.
L’inchiesta Mani pulite, durata due anni e condotta da cinque magistrati, ha portato a 1300 fra condanne e patteggiamenti definitivi. Nel libro Mani pulite, la vera storia (2002) di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio, è affermato che dei 430 assolti nel merito, non tutti sono stati riconosciuti estranei ai fatti. Alcuni imputati pur avendo commesso il fatto, non sono stati ritenuti punibili: i giudici hanno ritenuto il fatto commesso, ma li hanno assolti con la formula “il fatto non costituisce reato” in quanto non vennero considerati pubblici ufficiali. In quest’ottica gli assolti perché riconosciuti estranei ai fatti contestati scenderebbero a circa 150.
In 20 anni la situazione, comunque, non pare essere cambiata. Che il quadro in Italia sul fronte della corruzione non sia roseo lo dimostra, non solo l’appello del Capo dello Stato alle forze politiche a individuare una normativa adeguata per combatterla, ma anche l’allarme lanciato dal presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino secondo il quale il fenomeno della corruzione costa al Paese circa 60 miliardi di euro l’anno.
(Dott. Roberto Loizzo, Criminologo Forense)

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Roberto Loizzo

Avvocato e Criminologo Forense. Laurea Magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari “A. Moro”; Criminologo Forense con titolo conseguito presso l’Università Carlo Cattaneo LIUC di Castellanza (VA); Avvocato; Lavora nell’ambito penale occupandosi di criminalità e minori; Autore di articoli con analisi criminologica dei fatti di cronaca per le testate giornalistiche Barilive.it e CorrieredellePuglie.com; Docente presso Master Universitario di I e II livello in Criminologia Sociale alla PST BIC di Livorno per a.a. 2011 - 2012

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