Economia e Diritto

Call center, tra alienazione e frustrazione

Questo articolo è stato visualizzato 9.159 volte. Leggi altri articoli di: Nicola Loiacono.

Call center, tra alienazione e frustrazione

Il 25 gennaio del 2011 ho avuto la mia prima esperienza di lavoro in un call center. Di cosa si trattava? Non dovevo vendere nulla, dovevo solo tenere le persone al telefono per 20 minuti (Si, 20 minuti se andava bene) e fare loro diverse domande. Quale gestore di telefonia usa? Da quanto lo usa? Ha una televisione a pagamento? Che voto da alla televisione a pagamento? Eccetera eccetera. Ho resistito per due mesi.
Senza arrivare ad assimilare le postazioni telefoniche ai lager nazisti, come ebbe a dire Beppe Grillo, devo però rilevare che gli effetti collaterali di questo genere di lavoro sono molteplici. Quello più grave è l’alienazione. Tecnicamente sei insieme ad altri, ma nel tuo gabbiotto con la tua cuffietta e il tuo PC ti senti più solo che mai e non ti consentono mica di dimenticarlo: tra una telefonata e l’altra possono trascorrere anche diversi minuti, e nel frattempo non puoi leggere nemmeno un libro formato tascabile.

A mio avviso un lavoro che vieta di leggere è un lavoro che attenta alla dignità della persona. E non credete loro quando dicono che leggere diminuisce la produttività, è vero l’esatto contrario: se tra una telefonata e l’altra leggi qualcosa, infatti, non senti il bisogno di andare fuori per una pausa, a tutto vantaggio del rendimento. Per soggetti timidi e deboli è un lavoro potenzialmente pericoloso, dacché potrebbe aumentare il senso di isolamento e la frustrazione di non riuscire ad avere una rete sociale degna di questo nome.Perché escludere che tali sventurati, un domani non troppo lontano, possano esplodere in gesti estremi e sconsiderati? A ogni reazione, come c’insegna il 3° principio della dinamica, segue una reazione uguale e contraria. E c’è da credere che un uomo che ingoi quotidianamente alienazione, frustrazione, rifiuti telefonici e no, un ambiente rumoroso e soffocante, uno spazio vitale irrisorio, una pressione costante da parte dei superiori, possa vendicarsi a livello più o meno inconscio anche nei confronti di chi nulla c’entra con l’ambiente lavorativo. Sto esagerando? Me lo auguro davvero.
Un’ultima cosa. Ho lavorato previa firma del CO.CO.PRO, contratto di collaborazione a progetto, che è l’apologia dell’indeterminatezza: alle volte fanno contratti che durano un giorno solo. Cosa significa lavorare a progetto? SPREMERSI FINO AL MIDOLLO. Per le aziende naturalmente è il contratto ideale. Non passa giorno in cui i poveri lavoratori dipendenti non maledicano la legge 30, temerariamente chiamata legge Biagi.

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