Cronaca

L’omicidio di Yara Gambirasio

L’omicidio di Yara Gambirasio
Roberto Loizzo

di Roberto Loizzo
Era il 26 novembre 2010 quando Yara Gambirasio esce di casa alle 17:30 per recarsi in palestra. Non ha gli allenamenti da fare, deve semplicemente portare alle maestre il brano con la musica per il saggio di danza artistica che avrebbe dovuto sostenere dopo qualche giorno.
La tragedia inizia alle ore 18:44 un orario sul quale non vi sono dubbi perché Yara risponde al messaggio inviatole da un’amica, Martina, alla quale confermava, per le ore 08:00, l’appuntamento di domenica. Questo rappresenta l’ultimo atto che ci permette di dire che Yara è viva, poiché da allora non darà più segnali nemmeno quando la madre, alle 19:00, le chiederà dove fosse.
La scomparsa di Yara, secondo gli inquirenti, non è avvenuta sulla strada che avrebbe dovuto prendere per far ritorno a casa, poiché la giovane ginnasta pare sia uscita da una porta secondaria, che si affaccia sul retro della palestra e questo viene confermato dai cani molecolari chiamati dalla Svizzera, il Bloodhound, detto anche cane di Sant’Umberto o cane da sangue. È un perfetto segugio da pista per le sue qualità olfattive, che sono molto sviluppate rispetto ad altre razze ed è perfetto per la caccia su terreni accidentati, poiché è molto resistente. Non ha problemi di clima, e si adatta ben a qualunque luogo. Questi conducono gli investigatori presso un cantiere in costruzione, situato a pochi chilometri dalla palestra. Questo luogo, oggetto inizialmente delle attenzioni degli inquirenti, viene poi abbandonato poiché non vengono scoperte tracce utili.
Da questo momento iniziano ad essere formulate le prime domande le quali sono ancora prive di risposta quando, nel pomeriggio di sabato 26 febbraio 2011 viene ritrovato il corpo senza vita di Yara Gambirasio. Il corpo viene rinvenuto ad appena 300 metri dal centro di coordinamento ricerche istituito presso il Comando della Polizia dell’Isola bergamasca di via Carso, su un terreno che era stato già perlustrato tre volte, metro per metro. I dati emersi dalle analisi condotte dai medici dell’Istituto di Medicina legale di Milano, coordinati dalla Dr.ssa Cristina Cattaneo, fanno emergere alcuni aspetti sugli ultimi minuti di vita della giovane ginnasta. Sono stati sei i colpi inferti a Yara ma, dopo una prima ipotesi, è stata subito esclusa la violenza sessuale. La giovane ginnasta è stata ritrovata con indosso gli stessi abiti che indossava il giorno della sua scomparsa e le analisi entomologiche svolte hanno dimostrato che il corpo è iniziato a decomporsi nel luogo del ritrovamento.
Dal giorno del ritrovamento le ipotesi si sono raddoppiate ma le domande sono sempre rimaste prive di risposte. C’è stato chi ha parlato di delitto compiuto dal crimine organizzato, chi ha pensato ad una pista satanica poiché sul corpo della povera ragazzina sono state rinvenute delle croci fatte con l’arma del delitto, chi, ancora, ha ipotizzato un delitto improvvisato.
Dai dati oggettivi che abbiamo, possiamo avanzare delle ipotesi. Si tratta, con elevata probabilità, di un solo soggetto. Questi aveva un arma già al momento del rapimento, questo è indubbio perché l’omicidio è stato consumato subito dopo di questo, ma non è un dato che ci permette di avanzare, con assoluta certezza, l’ipotesi della premeditazione. L’assassino conosce tutti e tre i luoghi del crimine: la palestra, il cantiere ed il luogo in cui è stato portato e, quindi, rinvenuto il cadavere. Ha effettuato un sopralluogo? Possibile se ipotizzassimo una persona fredda e calcolatrice che avrebbe deciso di sequestrare ed uccidere Yara per uno scopo ben preciso, ma improbabile, come pista, perché è un reato a sfondo sessuale e come tale è dettato dall’impeto.
Il delitto potrebbe essere avvenuto nel cantiere, poiché risulterebbe difficile ipotizzare che l’assassino avrebbe portato a termine un’aggressione a 300 metri da un Comando di Polizia ed a poca distanza da una discoteca.
L’uomo è una persona che conosceva Yara e che aveva fatto delle fantasie perverse sul suo corpo e che prima ha adescato e poi ha aggredito la ragazza. Probabilmente frequenta la palestra (forse ha una figlia oppure una fidanzata che si allena o lavora lì), forse non il cantiere poiché un cantiere in costruzione è un qualcosa di noto e non è difficile ipotizzare un accesso in un orario lontano da quello lavorativo. Presumibilmente conosce Yara, la vede in palestra e la avvicina. Le offre un passaggio per riportarla a casa. Fa freddo, è buio, la ragazzina lo conosce, perché rifiutare l’offerta. Forse ridono e scherzano in macchina, lui le chiede come va la preparazione del saggio, lei forse neanche si accorge che l’auto prende una direzione opposta a quella di casa sua e che si ferma nel cantiere. L’uomo le fa delle avances ma Yara lo respinge ed è lì che perde la testa. Lei prova a scappare e lui afferra il coltello (o qualcosa di simile) e la colpisce.
Termina così la vita della giovane ginnasta. È facile poi, per chi conosce quei luoghi, disfarsi del corpo, anche perché solo i coniugi Gambirasio sono preoccupati dal fatto che la loro figlia, uscita alcune ore prima, non sia ancora rientrata.
Se questa ipotesi è vera, la vicenda di Brembate Sopra rientra nella tragica “normalità” dei delitti passionali. Tra i moventi che spingono un individuo a commettere un delitto di tal genere vi è l’amore respinto. Tale reato è commesso solitamente da un ex partner che ha tentato invano di ricongiungersi alla persona amata o semplicemente da un individuo innamorato di un altro. Quando la gelosia o la passione avvolge la mente del reo a tal punto da fargli superare quella linea di confine che è tenuta in considerazione da criminologi e psicologi, uccidere l’oggetto d’amore significa riuscire finalmente a possedere quella persona che fino ad allora lo aveva rifiutato. I delitti passionali rappresentano una buona percentuale dei crimini omicidiari che vengono commessi. I cambiamenti socio – culturali del mondo in cui viviamo, primo fra tutti il mutamento del sistema familiare e lo sviluppo di assetti valoriali che obbligano l’individuo a tentare di primeggiare in una società in continua competizione, ostacolano la creazione e lo sviluppo di una personalità sicura, capace quindi da un lato, di canalizzare le emozioni negative in una relazione di coppia e dall’altro, di affrontare la fine di una storia o il semplice rifiuto che, in alcuni casi, viene percepito come vera e propria incapacità a relazionarsi col mondo esterno.
(Dott. Roberto Loizzo, Criminologo Forense.)

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Roberto Loizzo

Avvocato e Criminologo Forense. Laurea Magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari “A. Moro”; Criminologo Forense con titolo conseguito presso l’Università Carlo Cattaneo LIUC di Castellanza (VA); Avvocato; Lavora nell’ambito penale occupandosi di criminalità e minori; Autore di articoli con analisi criminologica dei fatti di cronaca per le testate giornalistiche Barilive.it e CorrieredellePuglie.com; Docente presso Master Universitario di I e II livello in Criminologia Sociale alla PST BIC di Livorno per a.a. 2011 - 2012

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