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“Terraferma”, il mare che toglie e che dà

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“Terraferma”, il mare che toglie e che dà
Claudio Santovito

L’esistenza di due leggi, diverse e opposte, quella del mare a tutela degli esseri umani e quella degli uomini che invece li condanna, è alla base del terzo film di Emanuele Crialese, “Terraferma”, nelle sale in questi giorni.
Il protagonista Filippo (Filippo Pucillo) è un giovane abitante di un’isola che “non compare nemmeno sui mappamondi”: si tratta di Linosa – sebbene non esplicitato – , anche se il richiamo a Lampedusa e alle relative vicende di cronaca è immediato, non solo per la vicinanza. Orfano di padre perché inghiottito dalle acque, vive con la madre Giulietta (Donatella Finocchiaro) e lavora in mare con il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio), abile pescatore. Filippo, costretto dalla madre, d’estate, trasforma la propria abitazione in bed & breakfast (stringendosi con lei nel garage) e porta i turisti in giro con la barca, appartenuta a suo padre e che, nonostante un’importante offerta economica per rottamarla, influenzato dal nonno (“pescare: è questa l’unica cosa che sappiamo fare”), il ragazzo decide di mantenere per vivere.
Anzi, per sopravvivere: perché la loro vita è fatta di pesca sempre meno abbondante e di turisti sempre più esigenti, impersonati da tre ragazzi che scelgono il loro bed & breakfast e che – non casualmente – affermano di essere rispettivamente di Padova, Milano e Arezzo, a dimostrazione che certi luoghi d’Italia si ricordano solo come meta delle vacanze e non per il fatto che in quei luoghi, come dovunque, l’anno dura 365 giorni. Quegli stessi turisti che lo zio di Filippo, Nino (Beppe Fiorello), con sapiente maestria scarrozza a destra e a manca, a tempo di musica e con un fresco cocktail tra le dita, cercando di mascherare l’altra faccia della medaglia che, sistematicamente, si riversa sulle coste dell’isola.
Un giorno, in mare aperto, Filippo e il nonno si imbattono in un gommone carico di clandestini: prima dell’arrivo della guardia costiera, imbarcano alcuni sventurati, tra cui una donna, Sara (Timnit T.), con un figlio piccolo e uno in arrivo, che saranno costretti ad ospitare in casa con loro, per evitargli una fine indegna, accettando indirettamente di infrangere la legge (degli uomini).
Centrale è quindi la figura del mare: un mare che, allo stesso tempo, genera e sottrae vita, e che con una mutevolezza impressionante – simile ai cambi d’umore degli esseri umani – non perdona. Tutto il film, infatti, si basa su immagini pungenti, quali le inquadrature sul fondale dove, animati da un silenzio ovattato e surreale, riposano resti di vita inghiottiti dall’acqua (occhiali, scarpe, vestiti, carte d’identità). Alla turbolenza della superficie dell’acqua – parvenza di una legge di facciata – si contrappone la calma piatta – solo apparente – delle profondità.
L’antitesi verte poi sul duplice rapporto degli uomini con il mare: per il vecchio Ernesto esso è fonte di vita, mentre per l’opportunista Nino è fonte di guadagno. Questi, addirittura, osteggia il loro lavoro, forse perché memore della tragica sorte del fratello. La legge del mare non porta alcun vantaggio economico, a loro e all’isola. È, anzi, pessima pubblicità.
Anche la simmetria di immagini antitetiche conforta questa duplicità: al barcone di Nino che propone ai turisti una gara di tuffi a largo a ritmo di “Maracaibo”, cercando di camuffare ostinatamente la dura realtà dell’immigrazione, fa eco il gommone carico di disperati che Filippo, nottetempo, riesce a ricacciare a colpi di remi sulle mani, nell’acqua.
La continua tensione verso la “terraferma” – quella stessa terraferma che è rappresentata da Linosa per gli immigrati e dalla Sicilia per gli isolani – è esplicitata nelle ultime scene, quando Ernesto, Filippo e Giulietta cercano di imbarcare – sempre clandestinamente – Sara con il figlio e la neonata (venuta alla luce sull’isola) sul traghetto per la Sicilia, in modo da raggiungere suo marito a Torino. Ma i controlli sono rigorosi, e devono rimandare l’operazione. Filippo, però, non si perde d’animo e arma la loro barca, benché sotto sequestro, portando con sé i tre sventurati clandestini, in mare aperto, tra onde argentate a far da sponde al loro viaggio della speranza verso la terraferma.
Il film, molto interessante, ha ricevuto il Premio speciale della giuria alla 68ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove è stato scelto tra gli otto film in corsa per rappresentare l’Italia, come film in lingua straniera, agli Oscar 2012.

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Claudio Santovito
@clasantovito

Scrittore, giornalista. Specializzato in aviazione civile e trasporto aereo, mi occupo anche di cultura, inchiesta, curiosità dal mondo. Ho pubblicato, nel 2011, il mio primo romanzo "Tempo da dimenticare - Giallo nella notte barese" (Sentieri Meridiani Edizioni). Comunicazione, giornalismo digitale e Twitter le frecce nel mio arco. Ho un blog dedicato all'aviazione, "Notizie dal cielo". Rispondo io, a tutti, sempre. www.claudiosantovito.it - Twitter: @ClaSantovito

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