Cronaca

Cos’hanno in comune gli omicidi di Meredith, Chiara e Yara?

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Cos’hanno in comune gli omicidi di Meredith, Chiara e Yara?
Roberto Loizzo

Il caso di Meredith Kercher, Chiara Poggi e Yara Gambirasio, sono i casi che negli ultimi mesi hanno affollato pagine di giornali, TG e Talk Show. Su ciascuno di questi fatti sono state avanzate ipotesi ed abbiamo assistito a sentenze che non sono passate inosservate. Cosa accomuna, però, questi gialli italiani?

Tutti questi fatti di cronaca sono stati caratterizzati dall’uso, quasi ossessionato e continuo, delle prove scientifiche. Si è parlato costantemente di BPA, prova del DNA, impronte digitali, ma alla fine hanno solo avuto come obiettivo quello di confondere non solo l’opinione pubblica ma anche gli stessi addetti ai lavori che, nel momento in cui si sono trovati dinanzi alla necessità di raffrontare la scienza con la realtà dei fatti, hanno avuto sorprese non indifferenti rispetto al quadro impostato in origine.
Possiamo a questo punto porci una domanda: quanto le prove scientifiche possono comportare il pieno convincimento dell’autorità giudicante? Sono queste prove, così sponsorizzate, fondamentali per poter giungere ad affermare la realtà dell’evento?

Dobbiamo innanzitutto dire che la scienza ha nei suoi connotati tipici la sperimentazione continua e lo sviluppo dei suoi risultati fondati sull’errore: dobbiamo sempre ricordarci che quando parliamo di scienza non possiamo prescindere dalle teorie di Popper sulla falsificabilità della scoperta scientifica e per fare questo bisogna analizzare e sperimentare più volte la medesima cosa.
Il processo penale ha come obbiettivo quello di raggiungere una sua conclusione che deve essere ritenuta giusta ed immutabile. Per questo motivo il processo, tramite ovviamente i suoi interpreti (giudice, pubblico ministero ed avvocato), chiede alla scienza le certezze che sono tipiche della sua natura, dimenticando però che essa si alimenta e vive di dubbi: lo stesso Einstein che diceva che la scienza fosse un cimitero di teorie errate.
Possiamo pensare che le scienze ci offrono delle certezze, cioè si potrebbe addirittura dire “fortunato il processo in cui le scienze possono dare un aiuto al giudice”, in realtà dovremmo esprimere con prudenza tale affermazione. Le scienze non ci offrono mai un’inferenza abduttiva certa o altissimamente probabile che sia l’ultima che ci permette di predicare l’esistenza o meno del reato attribuibile al soggetto.
Per esempio, un’impronta digitale ci dice che un soggetto ha toccato l’oggetto – si pensi all’impronta di Raffaele Sollecito sul gancetto del reggiseno di Meredith – ma l’affermazione che questo è avvenuto in un contesto criminoso o meno è frutto di un’altra inferenza finale che normalmente si compie sulla base di un complesso di elementi e di risultanze. Quasi mai la scienza è in grado di offrire, non tanto la certezza della regola ponte che può avere in certe situazioni un altissimo grado di persuasione, ma la definitività di questo passaggio finale che è sempre frutto di una operazione mentale complessa che prende il nome di decisione, perché chi decide fa una scelta.

Non possiamo e non dobbiamo mai dimenticare che il processo ha una funzione sociale e non vuol dire certamente che bisogna trovare ad ogni costo il colpevole: il processo non ha per scopo un’elaborazione di una teoria, ma la ricostruzione di un fatto. Quindi come realizzare l’esigenza di non paralizzare interamente il processo, con l’esigenza sacra di non condannare l’innocente? Forse la risposta può essere cercata, non necessariamente trovata, in quell’ottica che è venuta affermandosi negli ultimi tempi attraverso riflessioni di dottrina e giurisprudenza dell’ipotesi che il reato è una storia fatta di molti elementi e quindi il grado di falsificazione di una ipotesi è più elevata quanto più questa ipotesi è sorretta da una molteplicità di informazioni coerenti. Bisogna dunque far ricorso ad un “cocktail” di metodi. Lo sforzo è quello di cercare la pluralità delle informazioni, di prove, e quindi il processo si fa soprattutto nella fase delle investigazioni, cioè quando queste vengono raccolte e si inizia a metterle insieme, facendo sì che possano iniziare a “raccontare” come è avvenuto quell’evento passato. Non bisogna, dunque, accontentarsi di uno, due o tre informazioni, bisogna cercarne ulteriormente, affinché la storia criminale sia così vasta che l’ipotesi sotto la quale si può sussumere è decisamente preferibile ad ogni altra.
Importante nell’analisi di tale materia è la prova scientifica del DNA che può essere definita una prova regina, poiché oggi ci si affida ciecamente ad essa, ma non va mai sottovalutato il modo con cui si utilizza e si interpreta. Lo stesso discorso fatto per l’impronta digitale vale anche per il rinvenimento delle tracce di sangue. Si pensi, ad esempio, al sangue di Chiara Poggi rinvenuto sulla bici di Alberto Stasi, macchia che permette sì di attribuire quel sangue alla giovane vittima ma non permette in alcun modo di comprendere come questa sia finita lì, perché le spiegazioni sono molteplici e ricordiamoci sempre che il giudice deve condannare <>. Se quindi anche una prova infallibile come quella del DNA può essere messa in crisi, possiamo ben comprendere come anche le altre possano essere oggetto di un forte contraddittorio e quindi di una difficoltosa interpretazione per il giudice che deve decidere.
Rispondendo alla domanda originaria di questo articolo, è possibile affermare che le scienze e, dunque, le prove scientifiche sono certamente importanti per la narrazione del fatto ma sono sempre più oggetto di forti scontri nelle aule di tribunale. Sono ancora vivi gli scontri in aula tra accusa e difesa sulla perizia nel delitto di Perugia, macchie di sangue nei vari luoghi della casa, impronte digitali che danno la certezza per l’accusa e che invece non provano nulla per la difesa. Forse, e sottolineo forse, ci si dovrebbe concentrare maggiormente su queste prove e poi intorno ad esse creare la propria teoria, accusatoria o difensiva che sia, invece si tende a fare in modo che le prove dicano quello che è la propria teoria difensiva, ma come ho detto prima la scienza non ci da la certezza.
Le prove scientifiche sono sì importanti strumenti narrativi della vicenda, ci indicano la via, ma vanno interpretate e condite da quel cocktail di cui ho detto prima.
(Dott. Roberto Loizzo, Criminologo Forense.)

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Roberto Loizzo

Avvocato e Criminologo Forense. Laurea Magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari “A. Moro”; Criminologo Forense con titolo conseguito presso l’Università Carlo Cattaneo LIUC di Castellanza (VA); Avvocato; Lavora nell’ambito penale occupandosi di criminalità e minori; Autore di articoli con analisi criminologica dei fatti di cronaca per le testate giornalistiche Barilive.it e CorrieredellePuglie.com; Docente presso Master Universitario di I e II livello in Criminologia Sociale alla PST BIC di Livorno per a.a. 2011 - 2012

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