Arte, cultura e spettacolo

Perché dico (per ora) sì a Twitter.

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Perché dico (per ora) sì a Twitter.

Il percorso di coscienza che mi ha portato a iscrivermi a Twitter (un social network dunque) ha fatto storcere il naso a quanti, per anni, mi han sentito sputar amare sentenze sui social network in genere, sul loro ruolo “pericoloso” per la società e per il processo di disumanizzazione che s’impossessa della mente dei più giovani.
Non è mia intenzione (ri)esporre qui quanto già detto e sostenuto in articoli precedenti riguardo i danni che portano i social network (che continuo, senza remora, a definir antisociali), ne tantomeno ripetermi su quanto già scritto a proposito della mala-gestazione che l’individuo applica nel rapportarsi ai suddetti modus operandi comunicativi.
È invece mio personale obiettivo esporre qui il mio “dissento” riguardo l’associazione – assolutamente errata – che molti adottano nell’accomunare social network assai diversi tra loro per organizzazione, utilizzo, rapporto social-essere umano, alienazione in percentuale che su esso s’attacca come placenta a un neonato. Molti mi dicono: “ma come, non sei su Facebook, hai sparato sentenze per anni riguardo il suddetto, e ora ti ritrovi su Twitter!”, opzione accolta ma respinta, direbbe un magistrato.

Cerco di spiegarmi meglio, tempo fa citai Bauman che – in un’intervista su “Tuttolibri” de “La Stampa” – con lucidità analitica sempre presente nei suoi ragionamenti e nelle contorsioni riguardo la moderna società liquida, affermava un ruolo sì attivo dei social nell’organizzazione delle primavere arabe (a mio avviso sfociate nel fallimento, ma questa è un’altra storia) ma, al contempo, una totale impotenza degli stessi social nel proporre o optare una soluzione post-rivolta. Concordo appieno, non si sposta di una virgola il mio assenso verso l’assunto baumaniano. Ora perché sono su Twitter allora? Lungi da me trasformare quest’articolo in una giustificazione (forse a pochi interessa davvero, tra l’altro, quindi sto giustificando me stesso perché inconsciamente vedo un atto contradditorio da me compiuto? …Sarà), credo però che – come ogni analisi ben fatta e ogni fenomeno analizzato – il tutto vada destrutturato e contestualizzato, altrimenti il solito fascio (non certo di infausta memoria fascista) tende a unire erbe tra loro non certo affini. Perché dunque Facebook no e Twitter sì?
Azzardo un parallelismo letterario e credo che, per comprendere Twitter, bisognerebbe leggere quel pungente e meraviglioso saggio sulla “Rapidità” (in letteratura) di Italo Calvino, secondo dei cinque saggi che compongono la struttura di un classico dell’autore, ossia le “Lezioni americane”, resoconto scritto di seminari che il nostro tenne all’Università di Harvard nel biennio ’85-’86. Perché ho scomodato Calvino per parlare di un social network, Twitter in particolare? L’ho fatto con (assolutamente criticabile) cognizione di causa e mia personale riflessione. In effetti, pur non avendo armi affilate per dare un parere su Facebook, in quanto mai da me frequentato, ma conoscendone l’ABC per via di spiegazioni (o lezioni) da parte di amici, affermo che è proprio il parametro della “rapidità” alla base di Twitter, quel che credo non abbia il suo collega e più antico “rivale”.

Il botta e risposta immediato, la notizia appresa con velocità rapida, la possibilità di essere travolti da una mole immensa di dati, sono parametri che – in effetti – potrebbero rendere Twitter più “scomodo” da gestire di Fb, ma invece credo che questo renda più viva e dinamica la partecipazione del soggetto a quella liquidità moderna (ancora Bauman mi soccorre) che regna sovrana nel processo (oserei dire involontariamente catartico) attuale di modus vivendi. Certo, non si può negare che – probabilmente – lo stress regna sovrano, la necessità dell’individuo di far sentire la sua flebile voce anche nel più piccolo anfratto del più piccolo dibattito è manifestazione emblematica della voglia d’emergere del soggetto sociale, del suo seppur umile egotismo, della sua voce mentale che non cessa di produrre (sani o malsani) pensieri, riflessioni, teorie, etc.
D’altra parte il mio è un esperimento, se trarrò da esso vantaggio la suddetta analisi non varierà di un millimetro, in caso contrario non mi nasconderò dietro un dito nell’ammettere il fallimento della mia forse stravagante analisi associazionistica.
Rapidità e leggerezza (ancora Calvino, guarda caso) si sommano nei 140 caratteri che, lo dico da soggetto assolutamente restìo alla sintesi, creano il pensiero moderno, anzi direi post-modernista. E il post-modernismo non nasce certo con i tanto osannati autori americani Eggers o Foster Wallace, probabilmente proprio Calvino ne coniava i sussulti embrionali che poi si son sviluppati come pianta letteraria stabile e viva. Post-modernismo dunque e non post-moderno. I moderni siamo noi. Moderni imbarbariti dall’avanzare di nuove tecnologie (lasciam stare Baricco, al massimo leggiamo Scalfari), figli della cosiddetta terza rivoluzione industriale, soggetti inselvatichiti da schermi di pc e non poeticizzati da parola umana. Il sottoscritto è quanto di più lontano dalla concezione di forma breve, dalla liquidità, dal mordi e fuggi, dallo stesso post-modernismo, eppure sente (ora) la volontà di attribuire qualche parametro positivo a Twitter che, ripeto, non è Facebook.

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3 Comments

  1. Emanuela

    23 aprile 2012 at 20:07

    Totalmente d’accordo. Anzi, Twitter per il mio modo di essere lo preferisco a Facebook. il primo paragonabile a un giornale in movimento, il secondo a un diario (è il caso di fare il paragone) che si sfoglia nella tranquillità di casa avanti al caminetto e volendo insieme a tanti amici. Ciao Giuseppe!

  2. NIVES USAI

    23 aprile 2012 at 21:17

    Ho avuto anch’io molte perplessità nell’iscrivermi a twitter,non avendo mai subìto il fascino dei social.Mi si chiedeva in continuazione perchè non fossi su facebook.Un giorno, per caso decido di provare.Ecco,l’esperienza,perchè di questo si tratta; non mi pare negativa.Certo è ,che i soggetti con i quali si dovrebbe dialogare con 140 caratteri sono tanti e”diversi” uno dall’altro.Da ciò deriva la paura di ferire i più sensibili e giovani,ma per questo abbiamo qull’ottimo insegnante che sei tu,grazie.

  3. Giuseppe Ceddia

    25 aprile 2012 at 15:20

    Per onestà intellettuale prima, professionale poi, ci tengo a rilevare un errore di distrazione che ho commesso nell’articolo e che vorrei dunque correggere, coadiuvato dalla giusta osservazione di una mia amica che, su Calvino, ha scritto un saggio. Le “Lezioni Americane” sono state scritte da Calvino nell’85, poco prima della sua dipartita (avvenuta a Settembre), non sono dunque mai state esposte in quel di Harvard. I seminari dunque non ci sono stati. Mi scuso con i lettori e con gli studiosi di Calvino per l’errore commesso. Questo non cambia il “sugo” (mi perdoni Manzoni) dell’articolo che, in sostanza, voleva essere un’esposizione della netta differenza che noto tra un social network e l’altro. Grazie.

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Giuseppe Ceddia, nato a Bari nel 1977, laureato in Lettere Moderne è attualmente Dottorando di Ricerca in Italianistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Si occupa di letteratura fantastica in Italia. Giornalista-pubblicista, collabora con diverse testate cartacee e on-line, cura due blog e la rubrica “CortoCircuiti” su www.inchiostrolibri.it ; collabora con la rivista letteraria “Narrazioni”. È autore di racconti, alcuni dei quali pubblicati su www.puglialibre.it e sulla rivista “L’Immaginazione” (Manni Editori). Scrive anche di cinema.

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