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Piazza Fontana, una strage senza colpevoli.

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Piazza Fontana, una strage senza colpevoli.
Claudio Santovito

‘La verità esiste’, recita la tag-line del film di Marco Tullio Giordana, “Romanzo di una strage”. Già, esiste. Il problema è trovarla. Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.37.
Mentre il Paese è paralizzato dalla sequenza di scioperi, organizzati per ottenere accordi che tutelino il lavoro, e vive un clima di tensione politica senza precedenti, una bomba (una sola?) esplode all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, causando 17 morti e 88 feriti. Contemporaneamente, a Roma esplodono altri tre ordigni (all’Altare della Patria, davanti al museo del Risorgimento in piazza Venezia e nel tunnel che collega la BNL con via di San Basilio), mentre ancora a Milano un altro ordigno, collocato nella Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala, fortunatamente non esplode.

Cinque attentati in meno di un’ora: è l’inizio dell’autunno caldo del ’69 e degli anni di piombo. Contestualmente terminano le ondate rinnovatrici degli anni ’60 post-miracolo economico.
Il regista, ispirandosi al romanzo di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di Piazza Fontana”, attraverso una grande costruzione scenica e a costumi e fotografia ottimi, cerca di narrare la strage da tre punti prospettici diversi: quello del commissario Luigi Calabresi (Valerio Mastandrea), quello del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Favino) e quello del politico e allora ministro degli Esteri Aldo Moro (Fabrizio Gifuni). Tre uomini, tre martiri di una giustizia sociale mai garantita.
La tesi che il regista cerca di accreditare – provando a mettere ordine in una successione parossistica di eventi caratterizzati dalla confusione e dall’incongruenza – è quella di una infiltrazione dei fascisti (presumibilmente la destra neofascista veneta) tra gli anarchici, finalizzata a far ricadere su questi ultimi la responsabilità dell’attentato, lasciando però allo spettatore l’onere di trarre autonomamente le conclusioni. Quello tra anarchici e neofascisti non è l’unico dualismo del film.
Quello cardine è invece animato dal duello che ingaggiano Calabresi e Pinelli, uno scontro tra due opposte fazioni (giustizia cioè stato e anarchia cioè popolo), fondato però sul reciproco rispetto, sulla sincerità di fondo di due figure maltrattate dagli eventi eppure sempre dignitose, che si affrontano con garbo. Due mondi opposti che lottano per la stessa causa, in un gioco delle parti ben sintetizzato dalle letture che si suggeriscono a vicenda: l’ “Antologia di Spoon River” per il commissario, “Mille milioni di uomini” per il ferroviere.

Tre giorni dopo la strage, il 15 dicembre, Pinelli cade da una finestra della Questura di Milano, morendo. In quel frangente il commissario si è allontanato. L’uomo è caduto accidentalmente, si è suicidato o lo hanno buttato giù i poliziotti? Al momento del decesso l’anarchico non avrebbe dovuto trovarsi in Questura: essendo scaduto il fermo di 48 ore, avrebbe dovuto già essere libero o in prigione. L’ipotesi più accreditata è quella di un malore, derivante dalla stanchezza (c’è chi dice che fu tenuto appositamente sveglio), dal digiuno e dalle troppe sigarette a stomaco vuoto. L’alibi del Pinelli fu poi confermato, ma chiaramente la sua scomparsa rimase un trauma, oltre che per tutti gli anarchici, soprattutto per Calabresi.
Una delle tante ferite mai rimarginate di questa storia, in cui Giordana cerca di suggerire molteplici punti di vista e chiavi di lettura altre, ben sapendo che quel maledetto pomeriggio quei morti non appartenevano solo alle rispettive famiglie, ma erano figli, fratelli e sorelle di tutti gli italiani, di un paese che ha nel suo DNA un’inspiegabile vocazione a scelte di facciata ben operate e legittimate da politici che, con il loro agire caratterizzato da una miopia programmatica, radicalizzano un atteggiamento soltanto autolesionistico.
Rifiutando la promozione e il trasferimento a Roma, Calabresi cerca di uscire da questi giochi di potere (o di palazzo), firmando indirettamente la propria condanna: il 17 maggio del 1972, sotto la sua abitazione, viene raggiunto dai proiettili esplosi da un commando di due uomini. Sei anni dopo sarà il turno di Aldo Moro.

La strage di Piazza Fontana è una strage senza colpevoli, in cui tutti gli imputati sono stati assolti: l’idea di una presunta cospirazione tra neonazisti veneti e sezioni “deviate” dei Servizi Segreti sono ipotesi ancora prive di riscontro.
La tecnica dell’insabbiamento, tanto cara alla politica italiana, purtroppo ha colpito ancora, minando quel sentimento di unità necessario affinché, se non è possibile evitare certe tragedie, almeno se ne identifichino prontamente i colpevoli.
E scrive bene Cazzullo, nel suo “Viva l’Italia”, quando sostiene che possiamo e dobbiamo amare l’Italia “[…]come nella canzone che De Gregori compose nel 1979, al termine di un decennio in cui si credette che la rivoluzione valesse molto più della nazione, e dire «Viva l’Italia» suonava bizzarro non meno di oggi; in un paese che ancora ricordava la strage fascista di piazza Fontana, e ancora non poteva immaginare la nascita della Lega, ma già presagiva che l’Italia è l’Italia solo se è tutta intera”.

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Claudio Santovito
@clasantovito

Scrittore, giornalista. Specializzato in aviazione civile e trasporto aereo, mi occupo anche di cultura, inchiesta, curiosità dal mondo. Ho pubblicato, nel 2011, il mio primo romanzo "Tempo da dimenticare - Giallo nella notte barese" (Sentieri Meridiani Edizioni). Comunicazione, giornalismo digitale e Twitter le frecce nel mio arco. Ho un blog dedicato all'aviazione, "Notizie dal cielo". Rispondo io, a tutti, sempre. www.claudiosantovito.it - Twitter: @ClaSantovito

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