di Giuliano Pallotta
Se il ventunesimo fosse il secolo di Dante, nei più torbidi gironi dell’inferno vi sarebbero senz’altro realtà che allora non avrebbe immaginato, e che adesso vorremmo noi stessi non immaginare.
Esistono luoghi di tormento in cui le vittime, disarmate, hanno lasciato la speranza prima ancora dell’ingresso.
Li definiscono luoghi di riformazione, di cura.. dovrebbero salvare la vita di chi vi entra, e invece spesso la distruggono.
Hanno voluto chiamarli O.P.G. (Ospedali psichiatrici giudiziari) per dare a questi lager un tono formale e innocuo, e soprattutto poco coinvolgente. Chi di noi si interesserebbe infondo di una struttura la cui sigla la descrive come “gabbia di pazzi criminali”?
Tutti, se solo sapessimo davvero tutto.
Se solo sapessimo in quali condizioni vestono questi “matti da legare” che spesso da legare non sono assolutamente. La malattia mentale è certamente di casa in quelle strutture, ma a volte dovremmo assicurarci che non si faccia propria di chi lì dentro dovrebbe rappresentare un esempio e fornire un sostegno.
Difficile poterlo constatare, considerando che difficilmente le grida dei percossi oltrepassano le mura di queste solide strutture. Solide come le istituzioni, che coprono e permettono lo scempio di cui sopra.
E tanto per cambiare, il male di fondo è sempre lo stesso: il giro d’affari. I sei O.P.G ancora in vita, percepiscono migliaia di euro l’anno per ogni detenuto “ricoverato”.
Quale motivo, dunque, avrebbero di rilasciare un uomo che si profila come fonte di denaro?
E così le misure cautelari di sicurezza vengono prorogate di sei mesi in sei mesi, arrivando alla fine a rappresentare un ergastolo vero e proprio. Spesso ci si finisce dentro per reati meno gravi di quello che pensiamo.
Negli O.P.G difficilmente si incontrano assassini, stupratori o mafiosi; è più facile incontrare gente rinchiusa nell’O.P.G di Reggio Emilia che “soggiorna” da diciotto anni in quel luogo, perchè simulando una pistola con una mano nella tasca, rapinò un negozio incassando sette mila lire.
Oggi quest’uomo avrebbe avuto una famiglia e invece a quest’ora è “un nessuno” sottoposto a elettrochoc, avvelenato dagli psicofarmaci, legato e preso a calci e pugni.
Gli interventi curativi, infatti, spesso hanno il fine di annientare la libertà di pensiero del “malato”.
Ma questi robot senza diritti e libertà, infondo sono ancora uomini, se non altro perché hanno un cuore che continua a battere e a volte ancora a provare emozioni, nonostante l’inferno che ogni mattina si accingono a vivere.
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Risorse correlate esterne al corrieredellepuglie.com:
Ergastolo bianco – Video Shock sull’orrore degli ospedali psichiatrici giudiziari
Paolo Peloso – OPG Ospedali Psichiatrici Giudiziari

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