di Claudio Santovito
Ricorre in questi giorni il diciannovesimo anniversario dalla strage di via dei Georgofili, avvenuta a Firenze la notte del 27 maggio 1993. Alle ore 01.04, un Fiat Fiorino imbottito di esplosivo e posizionato sotto la Torre delle Pulci viene fatto saltare in aria. Provoca danni alla Torre e ai vicini Uffizi, distrugge opere d’arte, causa quarantotto feriti e, soprattutto, strappa la vita a cinque giovani persone (Caterina Nencioni non aveva neanche cinquanta giorni). È un evento pesante e sconvolgente, successivo alle stragi di Capaci e via d’Amelio ed è una possibile risposta all’arresto di Riina, avvenuto solo quattro mesi prima.
Di fatto, la strage di via dei Georgofili avvia la trattativa tra Stato e mafia, è una chiara risposta al 41bis (il regime di carcere duro per i mafiosi) ed è l’ideale consecuzione del “papello” emanato da Cosa Nostra. Dai processi e dalle dichiarazioni dei pentiti Gaspare Spatuzza e Francesco Tagliavia, ritenuti entrambi attendibili, matura la consapevolezza che la trattativa ci sia realmente stata, fondata su una sorta di “do ut des” e finalizzata a far cessare la stagione delle stragi.
Tra alterne vicende e strascichi burocratici, il 5 novembre 2009, l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano decide di riaprire le carceri di Pianosa e dell’Asinara, impianti deputati ad “ospitare” detenuti condannati al 41 bis.
Della strage di Firenze, cui sono seguite quelle di via Palestro a Milano (27 luglio ’93, cinque morti e dieci feriti) e quelle tentate alle Basiliche di Roma, si conoscono gli esecutori materiali, non i mandanti. Dichiarazioni controverse di Brusca, di Spatuzza e di altri “dichiaranti” (non proprio, cioè, pentiti) portano sempre più a comprendere come certi eventi, in Italia, godano di una facilità di insabbiamento certamente fuori dal comune.
Quello che però fa riflettere è una sorta di timore reverenziale che l’opinione pubblica ha nei confronti di Cosa Nostra, la concezione che esplosioni e attentati siano appannaggio e il marchio di fabbrica soltanto delle mafie, alle quali far immediatamente ricondurre un attentato come quello di Brindisi. Lo scorso 19 maggio tre bombole di gas sono esplose davanti alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi, uccidendo una ragazzina di 16 anni, Melissa Bassi. È ancora tutto da verificare, è difficile capire se quel gesto efferato sia stato compiuto dalla mafia o sia stato un atto terroristico, ma molti vedono nella pista mafiosa quella più verosimile. A distanza di quasi vent’anni, cambiano tempi e luoghi, non il messaggio. Né il linguaggio, che resta quello delle bombe e del sangue.
Ma allora, se si tratta di mafia, si vuole riaprire la trattativa? O si vuole continuare a mantenere il segreto, quel segreto che, come afferma Travaglio, “viene violato solo quando proprio non se ne può fare a meno perché mafiosi e figli di mafiosi han cominciato a svelarlo”?
Non importa chi sia il responsabile, importa punirlo e impedire che ciò non si ripeta più.

Presentazione ufficiale del libro di Domenico De Santis, sabato 18 maggio presso libreria Coop di piazza Castello a Torino" />La sinistra che vota Grillo Presentazione ufficiale del libro di Domenico De Santis, sabato 18 maggio presso
ATELIER 12 Open studio
La miglior baguette di Parigi? La fa un tunisino!
San Nicola di Bari: un culto e una tradizione millenari

Loading ...