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Gioconda, dal furto al deterioramento. È ora di intervenire?

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Gioconda, dal furto al deterioramento. È ora di intervenire?
Claudio Santovito

Se il Louvre nel 2011, per il quinto anno consecutivo, è stato il museo più visitato del mondo con 8,8 milioni di persone, gran parte del merito è sicuramente della Gioconda, il celebre dipinto di Leonardo da Vinci, da oltre cinque secoli oggetto di indagine dei più disparati studiosi.

In sé per sé, si tratta di un dipinto normalissimo, quasi comune: un olio su legno di pioppo, di dimensioni ridotte (77×53), portato in Francia dallo stesso Leonardo (e non da Napoleone come erroneamente si pensa), custodito nella Grand Galerie e precisamente nella Salle des États, che ritrae una dama, la Monna Lisa (moglie del mercante fiorentino Francesco del Giocondo). Sono i misteri, i codici, le allegorie connesse al quadro a renderlo quasi un “oggetto di culto”.

Eppure, dopo essere stato studiato ai raggi x, dopo milioni di foto, flash, luci, riflettografie, dopo essere stato rubato nel 1911 da Vincenzo Peruggia e aver resistito, nel 2009, a una tazza da tè scagliata da una turista russa che si era vista negare la cittadinanza francese, l’opera del genio di Vinci accusa adesso un avanzato stadio di deterioramento. Nonostante il vetro antiproiettile dello spessore di 30 mm, sono comparse delle crepe, i colori si sono sbiaditi e più in generale l’opera appare “appannata”.

Da qui l’annosa querelle: lasciare tutto inalterato, rischiando che il dipinto degeneri giorno dopo giorno, oppure tentare un restauro che potrebbe però snaturarla? I restauri in genere scatenano sempre critiche e le accuse più ricorrenti si riferiscono all’eccessiva vivacità dei colori adoperati (vedi restauro Cappella Sistina).

A far propendere per la seconda ipotesi, quella di tipo “interventista” (dando per scontato che il restauro sarebbe certamente compiuto da un’equipe altamente specializzata), c’è un’altra Gioconda, quella conservata al Museo del Prado di Madrid, recentemente scoperta e caratterizzata da una tela limpida e da colori vivissimi, probabilmente creata nello stesso laboratorio del maestro (anche le dimensioni collimano) da uno dei due discepoli, Andrea Salai o Francesco Melzi.
Qualunque sarà la decisione, non mancheranno contestazioni.

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Claudio Santovito
@clasantovito

Scrittore, giornalista. Specializzato in aviazione civile e trasporto aereo, mi occupo anche di cultura, inchiesta, curiosità dal mondo. Ho pubblicato, nel 2011, il mio primo romanzo "Tempo da dimenticare - Giallo nella notte barese" (Sentieri Meridiani Edizioni). Comunicazione, giornalismo digitale e Twitter le frecce nel mio arco. Ho un blog dedicato all'aviazione, "Notizie dal cielo". Rispondo io, a tutti, sempre. www.claudiosantovito.it - Twitter: @ClaSantovito

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