di Angela M. Lomoro
Poniamo il caso che ci sia un regista che vuole girare un film sulla vita di una star. Fin qui nulla di esageratamente innovativo. Nulla che non si sia già visto, intendo.
Tuttavia se questo regista, che poniamo il caso sia Simon Curtis, voglia far interpretare a una giovane bionda il ruolo della diva per antonomasia, simbolo eterno di femminilità, le cose cambiano.
Chissà cosa avrà pensato la giovane Michelle Williams quando si è vista proporre, all’età di trentadue anni, l’interpretazione di Marilyn Monroe. Poche interpretazioni, infatti, possono eguagliare la difficoltà di questo ruolo.
Tuttavia, la Williams ha accettato e non ha temuto tutto quello che sarebbe seguito. Inutile soffermarsi su quanto sia riuscita – o meno – ad avvicinarsi all’arduo compito di essere Marilyn (nn solo esteticamente). Ciò che conta è che – forse aiutata dal cast, dalla regia e dal racconto di un preciso momento della vita della diva – Michelle Williams ha meritato un Golden Globe e la candidatura agli Oscar. E non solo. La Williams ha usato tutte le sue carte, ha dato “corpo e anima”, cercando di restituire, insieme, la seduzione dell’icona e la fragilità della donna.
La scena iniziale si apre indugiando sulla gamba nuda di Michelle/Marilyn e lo spettatore è subito stregato dal fascino senza tempo della femme fatale.
Il film riporta un preciso periodo della vita di Marilyn, quando nel 1956, insieme al terzo marito Arthur Miller, la diva giunge in Inghilterra, dove è impegnata a girare un film con Laurence Olivier (Kenneth Branagh), affermato regista e attore teatrale.
Qui Marilyn appare divisa tra la sua estrema insicurezza, che la porta a trovare conforto negli psicofarmaci, e il desiderio di poter essere valutata nel bene o nel male, come attrice. Di poter, cioè, calcare un palcoscenico e dominarlo con una forza espressiva che vada oltre le sue forme perfette, le sue labbra carnose e il suo sguardo seducente.
L’anima fragile della diva viene colta e assecondata da un giovane ragazzo, il terzo assistente alla regia, Colin Clarke (Eddie Redmayne) al quale Marilyn affida quel lato sconosciuto e delicato della sua personalità.
Quasi cinquant’anni dopo, Clarke racconta quella magica settimana con Marilyn in un romanzo “My Week With Marilyn” oggi diventato film, grazie al quale è possibile conoscere un lato forse poco esplorato della vita di Marilyn Monroe: una donna meravigliosamente bella che della sua stessa bellezza ha spesso subìto il tormento.

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