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Un classico da riscoprire: “LA VITA AGRA” di Luciano Biancardi

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Un classico da riscoprire: “LA VITA AGRA” di Luciano Biancardi

Solo poco tempo prima di quel 1962, che vede la pubblicazione del romanzo di Luciano Bianciardi dal titolo emblematico La vita agra, l’Italia era ancora contadina, ancora figlia legittima del post bellicismo esasperato ed esasperante.

Il boom economico era arrivato come il miracolo tanto atteso, la soluzione a certo malessere sociale che permeava la quotidianità dell’individuo. Un boom ambiguo che seduceva il cittadino ma giocava anche con la sua anima acerba al nuovo, la ruralità ancora permeava la mentalità dell’uomo italiano. Ecco allora che il romanzo di Bianciardi gioca il ruolo di cerniera tra quello che fu e quello che sarà, ossia la contestazione del 1968.

La popolazione inizia a subire la prima mutazione antropologica di un certo peso, l’alienazione dell’individuo pone il suo embrione proprio in questo periodo per poi diventare quello che oggi conosciamo. Il miracolo italiano è, come quasi tutto quel che avviene nel Belpaese, anch’esso ambiguo, drastico taglio col passato e nascente modus vivendi di sapore aziendale e meccanico, con il pragmatismo che si fa sostantivo portante del processo di industrializzazione e di svuotamento della spiritualità del soggetto. Inizia la cosiddetta mentalità del fare, cosa ancora non si sa appieno.

La macchina e l’uomo iniziano a giocarselo il ruolo primario, la destrutturazione dei ruoli, l’annebbiamento dell’uomo poeta e la sua disillusione di fronte al boom mangiacervelli e sfruttacorpi. Ecco allora che lo scoppio di grisou in una miniera e la morte dei minatori diventano pretesto per la vendetta, che il protagonista vorrebbe attuare proprio nel cuore, già marcio, del nascente boom, ossia Milano, città metà angelo metà demone, metà Italia e metà Europa, è qui che l’aorta della crescita aziendale deve scoppiare, è qui che il grattacielo, malato simbolo del moderno già incancrenito alla radice, deve saltare in aria, il protagonista del romanzo va a Milano per vendicare i 43 minatori morti per lo scoppio della miniera.

Ormai tutto è asfalto e proprio quest’ultimo ha rovinato le rivoluzioni in quanto ha eliminato i sassi da lanciare (lo diceva Hemingway, lo riprende Lizzani nel film tratto dal romanzo di Bianciardi), la protesta è spuria e ghiacciata come freddo è il cuore del nuovo mondo del lavoro, Bianciardi ha in animo – come scrive nel 1961 a Mario Terrosi – di buttar giù una grossa pisciata sull’avventura milanese, sul miracolo economico, sulla (dis)educazione sentimentale che è la nostra sorte di oggi.

Lui, Luciano, uomo di parola che scrive e traduce per pagarsi i grappini e le sigarette che poi saran causa della sua dipartita, si rivolge al lettore (in quanto lettore) e lo fa da narratore (nel ruolo di narratore) per spiegare la sua neo-sociologia adusa a sviscerare l’integrazione post-miracolistica. Misura tutto Bianciardi, misura la vita nel romanzo, è il paradosso di parole che hanno come unità di misura il metro, già pragmatico simbolo del nuovo.

Non è un anarchico nel senso ideologico Bianciardi, è la sua anima a essere condita di anarchia, un “arrabbiato sincero” (secondo Oreste del Buono), “l’ultimo bohemien possibile” (dice Giovanni Arpino), quasi un post-scapigliato nella nuova Milano che, come fu nel post unità d’Italia, ancora sembra contenere il germe del cambiamento, ancora è centro dell’ambiguità nazionale.

Ecco allora che il romanticismo di questo Keaton della parola fa a pugni con l’insofferenza che vede uno stadio come un bullone che tenta di avvitarsi al cielo, ancora il romanzo è arma appuntita per lottare contro l’avanzare della vita, un romanzo scritto in lingua dotta, popolare, carognona, secondo lo stesso autore.

Una satira della vita che non può essere altro che “agra”, una traduzione della realtà che va a braccetto con la traduzione dei classici americani (e l’influenza di Henry Miller e dei suoi Tropici non si può negare nell’espressionismo viscerale e strabordante della prosa di Bianciardi).

Quando Rizzoli pubblica il romanzo nel 1962, La vita agra è definita “la storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare”. Bianciardi deforma la realtà senza svilirla, il suo è un tempo cronologico ma anche sintattico, è l’incubo del presente che afferra il passato e lo violenta senza educarlo, il narratore è il Virgilio malato che introduce il lettore nella neo-selva del capitalismo, è coinvolto in ciò che scrive proprio in quanto narratore, come il lettore assurge a ruolo di colui che riceve il messaggio.

Narratore e lettore “tutti e due coinvolti insieme in quanto uomini vivi e contribuenti e cittadini e congedati dall’esercito, insomma interi” dice l’autore nel romanzo. Nessuno sfugge, tutti sono meccanismi facenti parte degli ingranaggi dei modern times neocapitalistici, neoromantici e neocattolici.

Allora l’estetica dei luoghi e dei soggetti gioca un ruolo essenziale, le facce delle persone si plasmano al nuovo mondo che le circonda e, se azzardata potrebbe essere l’immagine di un uomo-macchina di sapore fantascientifico, non meno inquietanti risultano le camicie bianche dell’ingegnere, le gambe secche delle “dattilografette” con problemi di pronuncia, le facce disfatte delle casalinghe. Il progresso modella a suo piacimento non solo i luoghi ma anche la fisionomia dell’individuo, lo scavare è il segno del progresso (e viene in mente Pasolini che si sofferma sul pianto di quella meravigliosa-odiosa scavatrice), nel film di Lizzani l’infernale tipografia del quindicesimo piano è assolutamente pre-fantozziana.

Il romanzo di Bianciardi è anche un romanzo sulla crescita dell’ “io”, l’essere umano nasce e diventa “io” ma non gestisce questo nuovo ruolo, anzi lo subisce nella malsana catarsi che gli apporta il boom, l’ “io” si muove smarrito, ha perso la mano della mamma, è un numero e non più un’ anima, è schedato nell’archivio poeticamente intollerante della modernità, si muove stuprato nel suo intimo dal rumore del progresso, la spina dorsale della spiritualità si piega sotto il peso del grattacielo milanese, golem maledetto del nuovo mondo.

Bianciardi, nomade della parola, tagliente soggetto che, da Grosseto a Milano, con tenacia da guerriero d’altri tempi, sradica il malessere dal mefitico strato sottostante della società e lo fa risalire per renderlo attivo alle narici dell’individuo, narra di una vita che è agra non in quanto putrida ma in quanto despiritualizzata, depoeticizzata, ormai priva dell’acqua della vita che è post-romanticismo spicciolo ma sostanzialmente cibo per menti pensanti.

La vita agra, proprio in quanto cerniera tra passato contadino e presente capitalistico, è un tassello che regge il mutamento del soggetto, ne vede i suoi tic, l’occhio che inizia a tremare per l’avvento dei nuovi tempi lavorativi, la passione che si stempera in mediocri sprazzi d’amore, non è più tempo di fare l’amore ma di produrre, di tradurre, di soccombere al nuovo, di accettare il grigio del boom (che non è né bianco né nero), di rendersi autonomi di fronte al chiacchiericcio dell’essenzialità, nuovi soggetti agri senza più tempo per la poesia.

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Giuseppe Ceddia, nato a Bari nel 1977, laureato in Lettere Moderne è attualmente Dottorando di Ricerca in Italianistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Si occupa di letteratura fantastica in Italia. Giornalista-pubblicista, collabora con diverse testate cartacee e on-line, cura due blog e la rubrica “CortoCircuiti” su www.inchiostrolibri.it ; collabora con la rivista letteraria “Narrazioni”. È autore di racconti, alcuni dei quali pubblicati su www.puglialibre.it e sulla rivista “L’Immaginazione” (Manni Editori). Scrive anche di cinema.

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