Calcio

La Spagna calcistica crede ancora alle favole: i numeri di una crisi annunciata e l’esempio tedesco.

La Spagna calcistica crede ancora alle favole: i numeri di una crisi annunciata e l’esempio tedesco.

di Giovanni Sgobba
L’illusione di un “locus ameno” incontaminato dalle vicissitudini che coinvolgono tutta l’Europa. Ma davvero il calcio spagnolo è incantato dinanzi a quello che sta succedendo?

Parafrasando De Gregori, le società spagnole “si specchiano nelle vetrine dentro ai loro successi” senza rendersi conto che le loro squadre di calcio, dal Barcellona primo in classifica e via via discorrendo, rischiano seriamente di giocare nei campetti di casa applauditi solo dai parenti più stretti. Un paradosso considerando quanti successi ha ottenuto la Nazionale e quale spettacolo sono in grado di offrire i club, eppure il lato oscuro li proietta in una dimensione di rigetto della cruda realtà.

Partiamo da domenica: a Maiorca giocava il Barcellona. La costellazione blaugrana, piena di stelle, è un marchio di garanzia; spettacolo da gustare con popcorn e bibita. Difficile che i ragazzi di Vilanova tradiscano le attese ed infatti il match è terminato 2-4 con doppietta del solito Messi. Nonostante le golose premesse, allo stadio si sono presentati 15.940 spettatori, un numero esiguo considerando che lo stadio di Maiorca, l’ Iberostar Estadi, può arrivare a contenere più di 23.000 spettatori.

C’è del marcio. Dove sta allora l’inghippo? Nel costo dei biglietti, con il prezzo meno caro che gravitava attorno ai 65 euro. Troppo alto pensando che i bambini in Spagna pagano un intero: un padre che vorrebbe portare suo figlio a vedere i migliori al mondo, deve decidere se non fare benzina per le due settimane successive o fare gli straordinari al lavoro (premesso che già non lo faccia).

Croce e delizia quando scendono in campo le grandi. Anche a Getafe è la medesima pantomima: 50-60 euro il biglietto più economico a tal punto che i tifosi del Real Madrid hanno scelto di non andare, con tutto che Getafe dista 10 km da Madrid.

Convinti che il tifoso rappresenti il dodicesimo uomo in campo, si è finiti col credere che disponga di uno stipendio pari agli altri undici.

Sciocco, allora, pensare di continuare su questo disastrato cammino: la stessa società del Getafe ha cercato di recuperare la credibilità con un abbonamento straordinario per il girone di ritorno con nove partite casalinghe a 50 euro, praticamente quanto il precedente intero. Ma è una panacea momentanea.

Meglio stare comodi in poltrona e guardare il calcio in tv? In Spagna non si è nemmeno certi di questo: nello scorso turno di qualificazioni per il Mondiale 2014, il match tra la Nazionale spagnola e la Bielorussia non riuscì ad ottenere un compratore in grado di poter trasmettere le immagini. Troppo caro il prezzo fissato sui 3 milioni (poi dimezzati a 1.5) richiesto dalla società tedesca Sportfive, con la conseguenza che molti supporter hanno visto le Furie rosse in streaming. Ovviamente infuriati rossi.

Il caro-biglietti rappresenta però solo la punta di un iceberg inquinato nelle viscere: l’ingordigia con la quale si chiedevano prestiti alle banche e si facevano entrare spendaccioni esteri senza controllare il bilancio, si sta ora ripercuotendo su tutto il territorio nazionale.

Solo a marzo il governo ha deciso di fare luce sulla relationship tra Stato e Calcio, giungendo alla scoperta (invero un segreto di Pulcinella) di un dato disarmante: 752 milioni (ora ridotti a 702) di debiti con il fisco. Troppo, davvero esagerato per un paese sul borderline e così sono immediatamente scattati i provvedimenti: pignoramenti su tutte le entrate delle società che vantano un debito ingestibile (tipo il Deportivo) o ultimatum oltre il quale si dichiarerà il fallimento della società (come l’Oviedo ridotto a vendere le azioni a poco più di 10 euro).

Prima però di puntare il dito ridacchiando come Nelson Muntz dei Simpson e per una volta pensare che l’erba del vicino non sia la più verde, anche l’Italia deve farsi un esame di coscienza. Più facile a dirsi che a farsi. Secondo i dati pubblicati dal quotidiano spagnolo AS, l’Italia si prende il cucchiaio di legno in materia di riempimento degli stadi: solo il 54.2 % della loro capienza totale (solamente la Juventus supera il 90%), rispetto al 69.3% del calcio spagnolo e rispetto agli irraggiungibili 91.2% e 94.5% della Bundesliga e della Premier League, con l’aggravante che la mancanza d’appeal non è dovuta principalmente al prezzo dei biglietti, ma alla fatiscenza in cui destano parecchie strutture.

Dati alla mano, proprio il campionato inglese e tedesco ci servano da insegnamento. Nel doppio incrocio tra Borussia Dortmund e Real Madrid si è avuta la riprova. All’andata, in terra tedesca, per vedere l’attesissimo big match di Champions tra le due squadre che esprimono il miglior gioco, i biglietti spaziavano da 13 a 60 euro, mentre al Bernabeu andavano da 40 a 175 euro. Indovinate quale dei due stadi ha registrato il tutto esaurito?

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