Arte, cultura e spettacolo

“Azimuth”, scrittura veritativa nella poesia di Maria Grazia Palazzo

“Azimuth”, scrittura veritativa nella poesia di Maria Grazia Palazzo
Claudio Santovito

di Claudio Santovito
“La poesia di Maria Grazia Palazzo contiene in sé il silenzio, l’attesa, il viaggio di Orfeo”. Questa la chiosa della profonda e preziosa esegesi curata dal Professor Mario Castellana – docente di Epistemologia all’Università del Salento – al libro di poesie di Maria Grazia Palazzo, “Azimuth” (dall’arabo “direzione, via”) edito da LietoColle di Michelangelo Camelliti.
L’esordio letterario della Palazzo – avvocato nella vita, laureanda in scienze religiose e impegnata in varia attività culturale e perciò innatamente portata a pensare parole e azioni – si colloca in un momento storico in cui, più che mai, la tendenza all’introspettività diventa bisogno di ricerca della verità per l’esistenza. Il primo tributo del libro – non a caso – è l’esergo di Simone Weil, scienziata, pensatrice e scrittrice ebraico-francese, secondo cui “il bisogno di verità è il più sacro di tutti”. E questo bisogno supremo si estrinseca nei bellissimi versi di Azimuth, su tutti quelli di “Pavana”, in cui la poetessa “Ferma il disordine del dolore/la precisione delle parole/e cerco il coraggio/una cosmogonia vitale/le voci dell’infanzia/sorgive intermittenze scorrono/in pioggia di sole”, in cui esterno e interno, passato e presente, si fondono senza soluzione di continuità.

La poesia di Maria Grazia è nuova, è un “viaggio verticale”, come suggeriscono le parole del Professor Walter Vergallo nella prefazione; è una poesia che si scrolla velleità e pirotecnie linguistiche per mirare al messaggio che segna l’Azimuth, appunto la direzione. Infatti, “Il linguaggio propone un diffuso registro mediano, con punte di medio alto e di medio basso, in relazione al tasso fisico o metafisico delle tematiche, che lo strato fonologico specularizza e talvolta esalta, soprattutto negli esiti del fonosimbolismo” (Vergallo).
In definitiva, come si apprende dalla preziosa nota finale del poeta e critico Michelangelo Zizzi, “questo vi è di verità in Azimuth: ricerca lessicale; ambizione, riuscita, alla trasformazione di sé attraverso la poesia; desiderio di sacro fondato sull’amore (così come accade nelle più alte e colte tradizioni della mistica cristiana, del sufismo e della cabala); affermazione potente di una femminilità non culturale ma biologica e, sia detto senza esitazioni, ontologica”.
Di seguito proponiamo un estratto dell’intervento del Prof. Mario Castellana in occasione della recente presentazione del libro a Martina Franca, avvenuta il 2 novembre u.s. nell’intrigante cornice della Sala degli Uccelli nel Palazzo Ducale:

“Come studioso di epistemologia è doveroso porre per chiarezza una prima domanda che aiuti a cogliere il mio punto di vista. Che cosa e’ l’epistemologia e che rapporto ha con la poesia?
L’epistemologia cerca di capire la scienza e il senso veritativo delle conoscenze che essa produce sul reale attraverso la sua storia; la poesia a suo modo è un percorso di verità. E infatti le varie etimologie ci conducono a poterla considerare ‘bocca della verità’, ‘lingua degli dei’. ‘Lingua degli dei’  è una delle possibili traduzioni in lingua italiana del termine’pe’ (alla base di ‘poiesis’ in greco), comune alle lingue ed etimologie fenicio-arcaiche di ‘poiesis’ presente anche nei geroglifici egiziani e nella lettera pe (= bocca), ricorrente anche nell’ebraico sacro antico.
La poesia appartiene dunque alle lingue degli dei: gli dei non possono non dire  la verità; anche la parola ‘epi-steme’ ha al suo interno quel pi che deriva da pe, lingua, bocca e sta ad indicare proprio lo‘stare nella bocca’. Ed episteme nella lingua greca sta poi a significare conoscenza stabile, sicura, conoscenza incontrovertibile data dalla matematica (si pensi al Dio matematico di filosofi e scienziati).
La poesia, poi, sin dal suo nascere si è basata sulla rima, sul ritmo; e rima non a caso proviene dal sanscrito rita, che significa ‘ordine cosmico’ e la rima ricalca in qualche modo questo ordine cosmico, della verità degli dei, donde ‘lingua degli dei’. La precisazione con qualche riferimento filologico è doverosa ed importante, a mio avviso, per capire la poesia in generale e quella contemporanea soprattutto. L’obiettivo di chi legge con attenzione la poesia dovrebbe essere quello di individuare il percorso poetico di chi scrive per meglio gustarne l’originale significato.
–    Che cosa indica Azimuth nella poesia di Maria Grazia Palazzo?
La poesia greca e la scienza greca si poggiano sulla bocca, sulla lingua degli dei, pensiamo al Parnaso delle Muse, dove risiede pure Urania, la dea dell’astronomia, e Azimuth indica il misurare la distanza di un oggetto celeste a partire dall’osservazione di chi cerca un punto di riferimento stabile, -quale che sia per chi pone in essere tale operazione. Esso cioè indica la visuale dell’universale partecipazione alla verità della struttura dell’universo: altezza e distanza per determinare la posizione precisa di un campo celeste, di qui la partecipazione alla bocca (pe) degli dei. Non a caso  l’autrice  indica in esergo al libro una frase della Weil “Il bisogno di verità è il più sacro di tutti” e in effetti la Weil amava a tal punto il mondo greco come contemplazione della verità da dedicare ad esso molta della sua riflessione. Il mondo greco ha parlato di ‘logos’, e come il pensiero filosofico e la scienza, la poesia greca è modello di corrispondenza perfetta tra le parole e le cose, la parola poetica sembra svelare la realtà delle cose. Equilibrio del logos è la poesia come portatrice di logos, cioè di verità vera universale, garantita dalla bocca degli dei.

–    Indicazione emblematica, all’interno della silloge poetica, Paradiso Perduto.
Non a caso l’autrice pone in limine della raccolta poetica la poesia ‘Paradiso Perduto’ con un forte valore ermeneutico nel senso appena detto. La poesia moderna da Baudelaire in poi, come dice Maurice Blanchot in Lo spazio letterario,è l’esperienza dell’assenza degli dei. Come nella poesia ‘Paradiso Perduto’ , l’esperienza poetica tende a raggiungere l’essenza delle cose, che non è però più garantita dalla lingua, bocca degli dei, e tende pertanto alla continua deformazione  delle immagini. Essa non a caso, diceva Mallarmé, produce dei ‘sintomi inquietanti’ causati dal solo atto di scrivere, sviscerando il verso. E sviscerare il verso significa qui sfiorare l’abisso, vivere nell’intimità questa assenza inquietante degli dei; è la  dimensione weilliana che riemerge, nella nuda esperienza della realtà e delle sue contraddizioni. Vi si accenna esplicitamente all’interno della raccolta poetica di Maria Grazia Palazzo anche nell’altra poesia’ I numeri perfetti e illimitati’ nei conclusivi ultimi due versi ‘vaniloquio della mente/di un dio assente’.
Quindi la poesia esprime misticamente l’esperienza assoluta del silenzio, si libera dalla rima e ritmo (che viene come già detto dal sanscrito ‘rita’) ed indica l’ordine cosmico infranto dalla modernità. La poesia contemporanea è infatti un continuo e disperato tentativo di recuperare questo ordine cosmico e lo sviscerare il verso è l’espressione logica di questo fallimento. Tutto questo è nell’economia poetica e non a caso Maria Grazia Palazzo introduce  un concetto geometrico ed astronomico, l’Azimuth che nella cultura greca significava appunto trovare un punto di riferimento valido.  Maria Grazia Palazzo di fronte alla crisi della umana esistenza vuole indicare il proprio Azimuth come esperienza di verità, sulla scia della Weil.
La recensione di Linguaglossa di Azimuth che si trova sul sito della casa editrice sostiene che la poesia della Palazzo opererebbe una sorta di ‘restaurazione’ lirica. L’autrice da un lato sembra attingere alla verità del proprio vissuto ( Egli parla di ‘monarchia assoluta dell’io’) e dall’altro tesa a rendere essenziale, privo di fronzoli, il suo linguaggio, il suo stile. Non so se l’autrice condivide pienamente tale lettura, se sente di ritrovarsi in essa, fermo restando che si tratta di esprimere opinioni sul fatto letterario. Ritrovo piuttosto un certo orfismo nella mistica poetica anche degli spazi bianchi, – l’attesa per Simone Weil- e certamente la Palazzo conosce la tradizione poetica che riguarda l’orfismo, dall’antica Grecia al Novecento, dai lirici greci ai contemporanei, – si pensi a Campana- e quanto l’orfismo propugna nell’arte, cioè un certo sguardo, un certo modo di vedere il mondo, e alla sua problematicità, istintiva e/o culturale, nei suoi temi e ricorrenze, nei suoi livelli semantici e simbolici. E il poeta certo è sempre il vero protagonista dell’indagine cioè del viaggio poetico.
–    Azimuth ci indica l’orizzonte, è indice di orientamento, volontà di orientarsi.
Azimuth cioè è un necessario strumento di orientamento  per indagare oltre la superficie delle cose e trovare la coordinate interiori, non garantite e per questo tragiche, come nella lirica di Höderlin, che invoca in profondità, in una sorta di viaggio, dalle incerte coordinate spaziali e temporali, la comprensione delle proprie esperienze e della esperienza del mondo. La riflessione su S. Weil, in un tentativo di pre-comprensione del discorso poetico di Maria Grazia Palazzo, gioca un ruolo propulsivo e nello stesso tempo un ruolo di igiene delle false visioni del mondo, per radicarsi nel vero. Maria Grazia Palazzo è riuscita a dare forma lirica a questa intuizione weilliana che ha vissuto intensamente quello stretto rapporto fra ‘dono-gratuità-verità’ e ‘verità- gratuità-dono’-. Si veda a tal proposito a ‘Stanza d’anima’ che forse è il ‘centro’ della poesia, espressione del silenzio. E torna la scelta della frase in esergo, tratta da ‘La prima radice’, ‘Il bisogno di verità è il più sacro di tutti’, coerente con la mistica poetica degli spazi bianchi, in quella che Simone Weil chiamava ‘attesa’. Sulla scia di S. Weil la poesia è percezione, ragione del limite, per fare scaturire la verità nella contraddizione. E risulta coerente in tal senso l’uso frequente dell’ossimoro, come evidenzia bene il prefatore al libro W. Vergallo, indicando anche la vocazione alla trascendenza e la ricchezza della inchiesta poetica, quasi promanasse da un terzo occhio.  Così l’indicazione di S. Weil, è segno della verità che anche la poesia di Maria Grazia Palazzo strenuamente cerca. Si tratta di radicarsi nel vero, sulla verità. La poesia è intesa e vissuta come orientamento, non come consolazione, ma per dare senso alle cose, non come narcisismo autobiografico – o semplice ‘monarchia dell’io lirico’ che potrebbe anche leggersi in modo riduttivo. Si tratta di un vivere con un orizzonte verticale, come capacità di indagare oltre la superficie del fenomeno.

–    Vi è l’autenticità del vivere femminile nella poesia di Azimuth.
Vi si ritrova certamente la identità di una esistenza femminile, nella poesia di Maria Grazia Palazzo – si pensi alla evocativa poesia ‘Femminile’ ( pag. 32) ma anche ad altre-  si cerca cioè l’autenticità del vivere dietro le maschere, oltre le maschere, in una poesia essenziale che, rinunciando ad orpelli e/o a sovrastrutture logico dialettiche, oscilla tra l’ideale e il reale, ma dentro un reale spoglio delle illusioni. Vi è cioè una radicalità, un andare alle radici del vivere, un’esperienza, un modo d’essere nell’aspetto lirico- stilistico quando con la metafora, gli ossimori si mette in gioco il destino tra reale e ideale – si veda la parola ‘dono’ nella già citata poesia ‘Stanza d’anima’ (p. 42).
Azimuth nella cultura greca è locus theologicus, concetto teologico, garantito dagli dei. Ogni poeta, ogni uomo cerca il suo Azimuth. E attraverso il suo Azimuth la Palazzo guarda il mondo, sonda, indaga. L’azimuth è un punto del suo vivere che la porta a fermarsi, a meditare, a trovare le proprie coordinate interiori e il linguaggio prorompe in tutta la sua vitalità, nel voler comunicare questo suo azimuth intimo e sviscerare quindi il verso. Azimuth trova nel proprio vissuto un ancoraggio. Si veda la poesia ‘Trascendentale’ (a pag. 26) e la poesia n. 9 ‘Tra le ombre di paradisi perduti’ (a pag.28) molto indicative e in quel ‘cerchiamo all’orizzonte’ vi è la presa di coscienza dolorosa della strada che porta alla verità.
–    In tal senso la sua poesia è anche poesia orfica, strumento oggettivo di analisi della realtà.
Orfeo vuole Euridice, la fa rivivere e nello stesso tempo fa i conti con la molteplicità del vivere, con le sue debolezze, insidie, dimenticanze, contraddizioni. Dunque una poesia alla fine escatologica in quel ‘guardar fuori’ e al di là il dramma del vivere diventa sapienziale senza scadere nel moralismo. Come Orfeo porta Euridice fuori della morte, dall’oltretomba al regno dei vivi, la poesia appare, nella sua aspirazione al canto, erompere dal silenzio e dalla contemplazione. Come qualcuno ha definito la musica non per il suono ma per l’intervallo di tempo, breve, che intercorre fra i vari momenti, così la poesia non sta soltanto nelle parole che si succedono ma nelle contraddizioni della vita e nel vivere l’attesa dell’evento, ed è l’attesa che determina la ‘ferita’, parola che ricorre in Azimuth, ad indicare probabilmente questa discrepanza tra il reale e l’ideale e questa tensione dentro il limite entro cui vive ogni esperienza.
Lo stile della raccolta presenta un’omogeneità di fondo, pur rappresentando nei contenuti lo scorrere del vivere. Vi è l’emergere lentamente di una lirica forte che dà voce alle  verità, in questo senso può parlarsi,  a mio avviso, di restaurazione lirica, come ritorno al verso che coglie l’istante pur nella sua frammentarietà. Si avverte poi la conoscenza della poesia europea del primo Novecento insieme con la rivitalizzazione della lirica orfica, presenza costante nella poesia italiana del ‘900. Vi è stato un lavoro assiduo, pesante sulle parole per ricercare e raggiungere un universo lessicale essenziale, senza ridondanze, volutamente scarno, senza forzature linguistiche e nei contenuti non vi è sentimentalismo alcuno, non c’è rifugio nell’io, ma predominanza dell’io lirico, quasi una corrispondenza reale tra lingua e mondo, persino nell’uso della metafora che è presente ma in senso tradizionale. La poesia è vissuta come scavo sulla realtà, la si attraversa per fare emergere aspetti ignoti e marginali. Si noti anche una certa mancanza di punteggiatura, che accentua lo scorrere del tempo, e trovato l’azimuth, l’autrice continua a cercare e invita anche il lettore a farlo, lasciando un senso come di sospensione tra una poesia e l’altra.
Così la poesia di Maria Grazia Palazzo contiene in sé il silenzio, l’attesa, il viaggio di Orfeo”.

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Claudio Santovito
@clasantovito

Scrittore, giornalista. Specializzato in aviazione civile e trasporto aereo, mi occupo anche di cultura, inchiesta, curiosità dal mondo. Ho pubblicato, nel 2011, il mio primo romanzo "Tempo da dimenticare - Giallo nella notte barese" (Sentieri Meridiani Edizioni). Comunicazione, giornalismo digitale e Twitter le frecce nel mio arco. Ho un blog dedicato all'aviazione, "Notizie dal cielo". Rispondo io, a tutti, sempre. www.claudiosantovito.it - Twitter: @ClaSantovito

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