Arte, cultura e spettacolo

Liquidi (un racconto erotico)

Liquidi (un racconto erotico)

di Giuseppe Ceddia
Lui era a letto con un libro in mano, cercava di capire come mai necessitava costantemente di rileggere alcune righe, quasi che un patto col dio della lettura glielo imponesse, un ricatto non mascherato che il demone della scrittura che albergava in quelle pagine lo costringesse a trasformare il piacere in malattia, la duratura voglia di apprendere in patto di non aggressione simulato con lo spirito dello scrittore morto cent’anni prima. Lui non si rendeva ancora conto che quelle pagine distoglievano il suo sguardo dalla realtà circostante, lo allontanavano dall’amore provato e ricevuto, gli negavano l’accesso alle vie imprescindibili e forse naturali del rapporto amoroso, dell’istinto sessuale, della concatenazione degli eventi, dell’incrociarsi laocoontico dei corpi.

Aveva sempre pensato che l’unico amore che poteva ricevere gli venisse dai libri, oggetti non animati, ma animati dal suo spirito, animati dalla sua lettura che li rendeva vivi, dunque personificazioni dello scambio d’amore. Dare e avere da un foglio di carta, da una pagina di giornale, da un rigo di romanzo che assurgeva a ruolo di penetrazione mentale prima, vaginale poi, della cui esistenza gioiva e si disperava contemporaneamente, sentiva il calore che avvolgeva l’anima e che lo rendeva feto nel liquido amniotico della creazione letteraria, sentiva la mancanza di un corpo che lo riscaldasse e di un viso che lo guardasse negli occhi facendogli capire che esisteva, che non era una finzione artistica relegata al letto bollente d’estate malata, una reazione non voluta dell’adolescenza embrionale mai vissuta.

Ecco, quel letto sul quale giaceva con il suo libro in mano era il trono in decadenza di un principe il cui regno ormai stava sgretolandosi, non aveva bisogno d’altro credeva, non pensava più che una donna potesse completare il pensiero di un attimo, che potesse farlo gioire per la semplice verità di un’esistenza, l’amore diventava demone di carta di inesistente spessore carnale e duraturo golem dell’istinto di sopravvivenza, prolungamento divinizzato di se stesso che si amava follemente senza preoccuparsi del fatto che, forse, poteva e voleva essere amato da qualcuno, desiderato, nutrito, scopato.
Lei era nella stanza ma la sua paura non faceva in modo che la vedesse, eppure la sua pelle bianca e nuda albergava sulla poltrona della stanza e lo seduceva guardandolo, occhi liquidi azzurri gli dicevano che voleva essere presa, toccata, bagnata da quelle mani, da quel pene in erezione che si eccitava per quel libro maledetto che ora aveva tra le mani. La luce era spenta, solo un lumicino a illuminare il profilo di lui, le pagine del libro, il corpo di lei, i suoi seni meravigliosi con i capezzoli piccoli e chiari che, quasi per un patto non volontario d’incastri epidermici, stava nelle mani di lui perfettamente, come un frutto, come la sfera della conoscenza, il seme dell’illusione resa dio spurio di esistente e soggettiva memoria. In quel momento la vide e le disse di avvicinarsi a lui, posò il libro aperto a metà sul divano, lei si stese accanto a lui completamente nuda, lui indossava i pantaloni e una maglietta, aveva sempre avuto paura di spogliarsi ma da quel momento le cose cambiarono, le disse di aprire il compasso perfetto delle sue gambe, le mise una mano sulla vagina, fece entrare due dita in lei e sentì l’umidità dell’amore perenne, il desiderio che diventava realtà e si incarnava nelle palpebre di lei, semichiuse ora, che facevano solo intravedere le pupille azzurro pallido della conoscenza del desiderio, l’attimo esatto nel quale qualche dispettoso folletto si impossessa del cervello e ti fa sembrare che il piacere di quel momento sia il piacere perfetto, l’eccellenza del sentimento, il contraltare della grigia esistenza senza effetti e senza affetti. Riusciva a sedurlo come nessuna mai prima, in qualche modo staccava i lacci emostatici che stringevano il cuore di lui in un grottesco gioco che diventava tortura. Poi lui le apriva le gambe, gli piaceva vedere le gambe di lei che si aprivano sempre più, l’ombra dei suoi piedi nudi sul muro, gli piaceva vederla godere, sentire che in quel preciso momento qualcosa di diverso da tutto il resto stava assumendo le sembianze di un’involontaria novella araba d’altri tempi.

Lui pensò che doveva starle molto bene una cavigliera, di quelle sonanti, pensò che il rumore dei campanellini mentre lui apriva le sue gambe dovessero essere la colonna sonora di quel frammento amoroso d’inestinguibile durata e intensità. Lei, in qualche modo, si interrogava ancora sul perché lui le facesse quest’effetto, non riusciva a spiegarselo completamente, diceva soltanto che i liquidi dell’amore diventavano parte attiva del colloquio amoroso, dell’esistenza che la faceva scontrare con lui, il desiderio si impossessava di lei e lui non ci credeva, poi man mano iniziò a rendersi conto che lei era meravigliosamente unica, era la molla che stringe l’aorta, il pugno sullo sterno che blocca il respiro, il bellissimo momento della circoncisione dell’essere, quando la superficie è scoperta e viene fuori il magma degli eventi, degli stati d’animo, del desiderio corporale e adolescenziale allo stesso tempo. Lui si rese conto di amarla molto. Si augurava che anche lei provasse la stessa cosa. Si odorò le mani impregnate del liquido di lei e pensò che avevano un odore di infante, un odore pulito che a lui piaceva molto, allora decise di abbeverarsi direttamente a quella fonte, la voltò e la mise carponi, aprì le sue natiche bianche e tonde con le sue mani e leccò la vagina di lei, già impregnata di liquido figlio delle mani di lui, la leccò e pensò che l’avrebbe fatto per ore, pensò che se avesse avuto sette vite le avrebbe passate a leccarla tra le gambe, poi a darle un bacio con quelle labbra umide e poi a leccarla ancora, poi a dirle che era bellissima, ad amarla, a darle tutto ciò che poteva. Lei tendeva a sminuire il suo romanticismo ottocentesco con la pragmatica della modernità mangiauomini, cosa che a lui mancava ma che lo bilanciava, gli piaceva essere, in qualche modo, tirato fuori dal magma poetico esistenziale che si era creato negli anni, provava gioia nell’essere catapultato in una visione più ottimistica della vita, in una sana leggerezza che a lui mancava, in un aprirsi della bocca in un sincero sorriso divertito e divertente, lei lo faceva ridere, gli trasmetteva anticorpi al dolore dell’anima, era l’incarnazione della parte che a lui mancava. Mentre pensava tutto ciò si accorse che lei glielo aveva preso in bocca, si accorse che lei gli stava dicendo quanto era importante quell’atto per lei, quell’atto con lui e solo con lui, sentì le sue labbra e la sua lingua che si muovevano sulla punta e facevano su e giù sui lati del pene, sentiva che lei in quel momento faceva l’amore con lui in modo visceralmente reale ma allo stesso tempo caparbiamente simbolico, la guardava muoversi sul suo cazzo come un serpente che punta una preda, l’amava e la vedeva splendida alla luce della piccola luce che illuminava la stanza. Si stringevano forte, si guardavano negli occhi e ammiravano i loro volti quasi fossero gli unici al mondo, erano unici infatti nell’intenzione di quell’istante, erano legati dal cordone ombelicale invisibile ma molto spesso della conoscenza amorosa.

Lui continuava a tenerle due dita nella vulva, continuava a muoverle su e giù, continuava a vedere in lei il prolungamento della sua essenza, si augurava che quel momento durasse in eterno e ancora oltre, lei lo stesso, lei aveva paura, aveva cercato di dimenticarlo per anni, aveva paura di lui, aveva sofferto, lui era una persona diversa e poco affidabile un tempo che l’aveva ferita, era diventato agli occhi di lei colui che avrebbe dovuto evitare a tutti i costi, lui invece si era nutrito di lei ogni giorno, l’aveva amata ogni istante di quegli anni anche non vedendola, quando rideva con gli amici fingeva di ridere con lei, fingeva di ridere per destare l’attenzione di lei inesistente, di lei non presente. Ancora in un attimo di peregrinazione della mente lei salì su di lui e lui entrò in lei, si guardarono, il pene di lui era nel caldo dei liquidi di lei, si sentiva al sicuro, lui in quel momento pregò che lei stesse bene, si augurò che mai più qualcosa potesse separarli, che il tempo avesse finalmente curato le ferite e portato sollievo alle anime degli uomini, avesse distillato le gocce del benessere e eliminato quelle del dubbio, sperava che lei volesse vivere accanto a lui e svegliarsi la mattina con la sua barba sul viso e le sue mani sul ventre.

Lui avrebbe voluto che gli occhi di lei fossero stati i fanali col quale illuminare la strada della vita. Si girarono e ognuno leccò gli organi genitali dell’altro, lei era sopra e lui le guardava le piante dei piedi mentre si flettevano e si eccitava a pensarla chinata su di lui che estrapolava l’intimo del suo desiderio, assaggiava il salato del suo liquido e se ne condiva la bocca, lui pensava che il suo culo fosse qualcosa che voleva avere accanto per sempre e dormirci sopra come un bambino sul petto della madre. Lui pensò che alcune cose che le diceva avrebbe potuto esprimerle ogni giorno di quegli anni andati, non gli era stato possibile, lei sembrava davvero intenta a mettercela tutta perché le cose andassero bene, in modo diverso erano felici, anche se i sensi di colpa e l’ansia mangiavano l’anima e la rendevano a tratti groviera. Volevano farcela con l’aiuto dei propri cuori e con l’aiuto dei propri liquidi, pozioni magiche che avrebbero deciso di somministrarsi come fantomatici sieri della felicità. Volevano farcela. Questa storia potrebbe ricordarne tante ma così non è, non tutto quello che si racconta è ciò che sembra, non sempre le similitudini sono così vicine tra loro, questa è una storia unica a suo modo, è la storia di due persone fatte di carne e sangue, di due cervelli che sono stati in contatto tra loro per la magia dell’esistenza, di liquidi che hanno deciso di non essiccarsi mai, neanche con il passare del tempo. Un tempo tiranno, un tempo dolce, un tempo liquido come il seme che i due continuavano a scambiarsi, ridendo tra loro, a mente serena.

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Giuseppe Ceddia, nato a Bari nel 1977, laureato in Lettere Moderne è attualmente Dottorando di Ricerca in Italianistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Si occupa di letteratura fantastica in Italia. Giornalista-pubblicista, collabora con diverse testate cartacee e on-line, cura due blog e la rubrica “CortoCircuiti” su www.inchiostrolibri.it ; collabora con la rivista letteraria “Narrazioni”. È autore di racconti, alcuni dei quali pubblicati su www.puglialibre.it e sulla rivista “L’Immaginazione” (Manni Editori). Scrive anche di cinema.

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