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Arte, cultura e spettacolo

I fantasmi letterari di Michele Mari
(Fantasmagonia, Einaudi, pagg.162)

I fantasmi letterari di Michele Mari
(Fantasmagonia, Einaudi, pagg.162)

di Giuseppe Ceddia
La personalissima e squisitamente ibrida “arte del racconto” di Michele Mari l’avevamo apprezzata appieno già con Tu, sanguinosa infanzia, testo edito nel 1997. Perché ibrida? Perché Mari, probabilmente, è l’autore italiano che più fonde – in un caleidoscopico gioco di rimandi temporali e di toccate e fughe quasi narrativo-pittoriche – certa tradizione letteraria italiana che immerge la parola nella visione circostante, con parentesi post-moderniste di spessore “altro” da certa narrativa definita tale. Ora Michele Mari gioca con i fantasmi.
Non solo con quelli dell’uomo tout court ma anche con quelli letterari della tradizione, che vanno dall’antica Grecia ai giorni nostri, in un percorso borgesiano che sa di passato che torna e di futuro che già anticipa la sua venuta. Non è azzardato definire quest’ultima opera inedita di Mari (è stato, infatti, appena pubblicato da Einaudi il suo primo romanzo riveduto e corretto ossia Di bestia in bestia, anch’esso consigliatissimo) una sorta di “storia della letteratura mondiale” organizzata tramite brevi racconti, anzi meglio, una storia del pensiero letterario tramite i suoi fantasmi, quelli del bambino che immagina un mostro (parto della sua stessa mente) estensione morale e decisionale nell’atto di sterminio della propria famiglia, quelli di un altro bambino che diverrà assai più conosciuto, uno Shakespeare a suo modo delineato con tratti post-moderni.

È la tradizione letteraria del pensiero creativo, inzuppata dei fantasmi della visione e dei dolori della vita, una filosofia della nascita e della crisi dei processi di scrittura, con un occhio all’infanzia e un altro all’età adulta, che questo pastiche di Mari contiene in sé, il divenire dell’innocenza che si fa inquietante mistura di realtà vista e vissuta e immaginazione che funge da filtro per mettere la visione stessa per iscritto, il pensiero (che è fantasma) diventa lettera viva sul pallore della pagina.
Allora ecco che tutta la produzione dei fratelli Grimm altro non è che un furto narrativo, il peccato, il tradimento e la redenzione sono alla base di un piccolo mondo antico che poco ha di fogazzariana memoria, il sublime e l’orrido giocano a scacchi la partita della vita di Piero di Cosimo, il dio-scrittore destruttura il legno di Collodi e Pinocchio diventa “figlio” delle mani di Geppetto e delle ansie di Kafka, l’iter compositivo di Cecco Angiolieri è una drammatica e ossimorica farsa di vita vissuta.
I racconti di Mari sono piccoli tasselli che compongono un grande e complesso puzzle di feconda forza espressiva, piccole schegge pungenti e affilate che non si dimenticano, perché lacerano lo stesso processo immaginativo di chi legge, perché portano il lettore onnivoro a riflettere su punti che forse sfuggono quando s’accosta all’opera di taluni autori, è una filosofia del racconto in miniatura, un minimalismo ossimoricamente estendibile all’infinito, una riflessione sulla scrittura creativa e sull’immaginazione fervente dell’uomo-bambino. I frammenti di un excursus amoroso (che non si fanno dunque barthesiano “discorso”) diventano – nel finale di “Iride e madreperla” – il fallimento stesso della letteratura, lo stesso che forse è insito nella rappresentazione del labirinto di Borges, il quale dialoga con Omero in uno dei racconti più belli della raccolta ossia “Grecia-Argentina”, una partita di calcio che si tramuta in riflessione sulle origini della parola e dell’idea letteraria (in cui Omero è l’alfa e Borges è – metafisicamente – l’Aleph).

Mari in “Mamapraciam” tesse le lodi – in maniera assai particolare – di Salgari, un grande omaggio che uno scrittore rende a un suo passato collega, un grande esempio di “arte per l’arte”. Mari è un giullare della parola, il marchingegno che muove i racconti di Fantasmagonia (parola assente sui dizionari) è oliato dal balsamo dello sberleffo, del gioco infantile ma già sapiente, è appunto un Brancaleone che si fa beffe della liturgia, è plutarchiano esempio di vite parallele nel narrarci un golem napoleonico, è pellicola filmica sporcata dal ricordo di una riunione davanti a un camino dove Polidori, nello scrivere Il vampiro, di altri non parla che di Byron e dove la “creatura” della Shelley (in Frankenstein) altri non è che suo marito poeta.
Ecco il gioco di Mari, una rivoluzione dall’interno della storia letteraria, un sovvertimento della tradizione aduso a creare una sovrastruttura narrativa e inventiva che si faccia “altra” da quella che conosciamo, un iter storico-letterario anti-accademico e iper-creativo dove il piccolo Principe soccorre il suo autore e dove Pierino Porcospino è il Barone rosso, dove la tragedia greca si può svolgere anche nel selvaggio West, dove la frustrazione di Lewis Carroll è insita nella sua balbuzie, dove la meravigliosa riflessione sulla follia della lettura è alla base del meta-sogno di un lettore che associa Rimbaud a un negriero.
Operette morali, parabole sulla vita, fantascienza calcistica, inquietanti favole, gnoseologie fantasmatiche. Letteratura come sublime menzogna di una triste e avvilente realtà. Piccoli sogni notturni di sagace sarcasmo creativo.

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Giuseppe Ceddia, nato a Bari nel 1977, laureato in Lettere Moderne è attualmente Dottorando di Ricerca in Italianistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Si occupa di letteratura fantastica in Italia. Giornalista-pubblicista, collabora con diverse testate cartacee e on-line, cura due blog e la rubrica “CortoCircuiti” su www.inchiostrolibri.it ; collabora con la rivista letteraria “Narrazioni”. È autore di racconti, alcuni dei quali pubblicati su www.puglialibre.it e sulla rivista “L’Immaginazione” (Manni Editori). Scrive anche di cinema.

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