Cronaca

Datagate, il nostro eroe si chiama Edward Snowden

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Datagate, il nostro eroe si chiama Edward Snowden
Pierfrancesco Caira

Il quotidiano The Guardian ha reso noto, dietro sua esplicita richiesta, l’identità della fonte dello scandalo “Datagate” che ha messo in imbarazzo l’amministrazione Obama con i governi di tutto il mondo: si tratta di Edward Joseph Snowden, un ex tecnico informatico della CIA di 29 anni adesso alle dipendenze della Booz Allen Hamilton, uno dei più importanti contractor privati della difesa e dell’intelligence americani. Nei giorni passati grazie al collaboratore del Guardian, Glenn Greenwald, siamo venuti a conoscenza del progetto PRISM e di come società quali Verizon, AOL, Microsoft, Skype, Facebook, Apple e Google vengano usate dal Governo USA per controllare una mole impressionante di dati (privati) e di persone a loro (nostra) insaputa: ora lo stesso Greenwald e i suoi colleghi non esitano a paragonare Snowden a Daniel Ellsberg e Bradley Manning, whistleblowers negli affari “Watergate” e “Wikileaks”, ma lo stesso Snowden sottolinea alcune differenze poichè egli non ha divulgato tutti i documenti che gli sono passati fra le mani, bensì solo quelli ritenuti di interesse pubblico, il suo scopo non è provocare allarmismi ma perseguire la trasparenza; nell’intervista rilasciata al giornale britannico il giovane ha spiegato come trovi intollerabile che il proprio Paese “reprima delle libertà fondamentali con questa enorme macchina di sorveglianza che sta costruendo”.

Snowden parla da Hong Kong (QUI l’intervista completa), dove l’impegno verso la libertà di parola e i diritti dei dissidenti politici è molto sentito e anche probabilmente perchè in questo momento storico la Cina è l’unica nazione in grado di opporsi a Washington, ma si sente braccato avendo lavorato per la CIA ed essendo ben consapevole dei mezzi a loro disposizione, spera di trovare asilo nella stessa Hong Kong o magari in Islanda e le sue preoccupazioni maggiori vanno ai propri familiari che di sicuro non verranno ignorati dai servizi segreti e che lui non sarà in grado di proteggere, visto che la Procura Federale lo accuserà senza dubbio di violazione dell’Espionage Act per comunicazione non autorizzata di informazioni della Difesa Nazionale e comunicazione volontaria di informazioni secretate a persone non autorizzate, tuttavia dichiara “sono soddisfatto, non ho alcun rimpianto”. Sebbene egli respinga l’epiteto, come altro definire, se non “eroe”, un uomo che decide di sacrificare tutto e vivere da recluso in nome della verità e della giustizia, rinunciando alla casa alle Hawaii in cui risiedeva con la propria compagna, a una famiglia che gli vuole bene ed a uno stipendio da 200.000 dollari l’anno, sicuramente comodi per curare l’epilessia di cui ha da poco scoperto di soffrire? In quanti sarebbero disposti a una simile privazione e cosa è un eroe se non colui che decide di immolarsi per il bene altrui? Lo scorso 20 maggio Edward ha finito di fotocopiare, nell’ufficio nell’NSA (National Security Agency), i documenti che poi avrebbe svelato, ha comunicato al proprio supervisore la sua futura assenza di due settimane dal posto di lavoro per curarsi dalla malattia e, una volta a casa, ha fatto i bagagli, ha detto alla fidanzata che sarebbe stato via qualche giorno rimanendo vago sui motivi e la cosa non ha destato in lei sospetti, considerata la collaborazione decennale di Edward con i servizi d’intelligence, per poi recarsi in aereoporto a prendere il volo diretto a Hong Kong. I nostri cugini d’oltralpe usano un’espressione perfetta per dimostrare apprezzamento verso un gesto di questa portata: chapeau!

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