Arte, cultura e spettacolo

Erotismo 2.0 – il romanzo di Elena Bibolotti convince a metà.

Erotismo 2.0 – il romanzo di Elena Bibolotti convince a metà.

di Giuseppe Ceddia
Narrare d’erotismo al giorno d’oggi è operazione non facile, si rischia il già detto o meglio, il già scritto. Narrare d’erotismo oggi dovrebbe impedire al lettore l’accostamento con i grandi classici, dal Divin Marchese ai Tropici di Henry Miller, se non altro per evitare che l’associazionismo la faccia da padrone e si rasenti il ridicolo nel provare a evocare situazioni già dette che non reggerebbero il confronto con gli esempi suddetti. Allora la domanda dovrebbe essere un’altra ossia come parlare d’erotismo oggi? Come rapportarsi al connubio parola-corpo che rende vive le anime e dinamici i cervelli? Nella fusione corpo-macchina di cronenberghiana fattezza, viene in mente il legame internet-sesso, ahinoi triste e frustrante, eppure tanta mercificazione del corpo (principalmente femminile) è assai spesso punto cardine di questa variazione-involuzione del binomio sesso-arte.

Non più dunque un resoconto dettagliato della morale che si scuce dal suo interno per farsi trasgressione, ma semplicemente una meccanizzazione del corpo che si fonde alla macchina per rendersi protagonista e rendere protagonista il moraviano uomo che guarda, in un gioco di povertà voyeuristica post-modernista, gioco estenuante di una frustrazione resa possibile dall’attuale  società che crea l’individuo, ergendolo a sex simbol, per poi annientarlo e sprofondarlo nel tubo catodico infernale di un grande fratello esasperato ed esasperante.
Sono un triste esempio di questo rapporto moderno con la narrazione erotica le cinquanta sfumature di nero, grigio e rosso che ammorbano le classifiche di vendita, probabilmente perché la coscienza critica è andata a farsi benedire e, dunque, la scrittura non è più lingua colta ma diventa passatempo casalingo o treno-dipendente di certi momenti distaccati dal problema quotidiano. Non possiamo più permetterci, a mio avviso, che la letteratura faccia questa fine, che diventi passatempo frivolo di un momento statico frustrato.
Per troppo tempo determinati generi letterari (in primis il romanzo giallo) son stati considerati letteratura di second’ordine (in sostanza paraletteratura), nulla di più sbagliato se pensiamo che, in molte circostanze, il romanzo giallo rappresenta una nuova faccia di quello che fu il romanzo sociale, pensiamo all’opera di Sciascia.

Non è, sia ben chiaro, bocciare a prescindere qualunque operazione che odori di già letto, già visto, già sentito, credo solo che scardinare l’anima dei personaggi e offrirli al lettore debba essere compito primario di un buon narratore, nel caso del romanzo erotico il corpo non deve diventare punto d’attrazione per rendere il testo fruibile o leggibile, il corpo deve essere un tramite per far sì che il personaggio cerchi e trovi pirandellianamente il suo autore.
Ecco dunque che il romanzo di Elena Bibolotti, perno dal quale questo articolo è nato, autrice nata a Bari ma diplomatasi a Roma all’Accademia Nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, dal titolo (diciamolo pure un po’ ruffiano) “Justine 2.0 – Il cuore è soltanto un muscolo” (Ink – €14) è un’operazione che si fa leggere, non appesantisce il lettore, ma manca l’anima del disegno generale, i personaggi sono marionette con ruoli ben definiti e non c’è quell’improvvisazione istintiva, tipica dell’animale umano, che potrebbe rendere più realistici, vivi, essenziali i personaggi di questa moderna odissea erotico-informatica.
Il liberarsi dalla dipendenza affettiva del maschio non dovrebbe essere alla base di una destrutturazione della coscienza femminile che indaga dentro se stessa alla perenne ricerca del vero, al chiedersi costantemente e metaforicamente “che faccio ora?”, il tutto dovrebbe muoversi più fluidamente in un gioco armonico di azione e reazione che indaga nell’intimo cerebrale del personaggio e non solo del suo istintivo approcciarsi corporale.
Il romanzo della Bibolotti che, ripeto, nel panorama attuale dove coloro che scrivono son di più di quelli che (ahinoi!) leggono, si fa leggere in maniera simpatica e accattivante, ma manca quel lavoro di snellimento, insomma di labor limae che il testo avrebbe meritato. Alcune parti sono ridondanti, altre che avrebbero meritato più analisi vengono licenziate in poche righe.
Le sette giornate di Justine a Roma scorrono rapide come il tempo, dolorose come la crescita, frustrate come l’esistenza. Affermare che un monitor è il solo miglior amico di questa donna è davvero mettere alla berlina lo stato attuale delle cose, un periodo storico assai mediocre dove il social network rende la massa logorroica in rete e addormentata nella vita reale, zombie di pessima fattura, automi di scadente materiale.
Credo che una prossima prova dell’autrice sarà più esigente nella ricerca della passione della parola, e se ancora sarà l’erotismo a farla da padrone, speriamo che lo scabroso (seppur ben argomentato) non mangi totalmente l’anima dei personaggi e si faccia veicolo di una recherche più profonda e rappresentativa di determinate realtà, magari anche più scomode ma vere.

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2 Comments

  1. Mario

    18 ottobre 2013 at 15:28

    Recensione attenta forbita e che non dice nulla in particolare, ma hai recensito jusjtine 2.0 o un altro?

  2. Giuseppe

    19 ottobre 2013 at 08:54

    bisogna necessariamente scrivere che un’opera è valida?

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Giuseppe Ceddia, nato a Bari nel 1977, laureato in Lettere Moderne è attualmente Dottorando di Ricerca in Italianistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Si occupa di letteratura fantastica in Italia. Giornalista-pubblicista, collabora con diverse testate cartacee e on-line, cura due blog e la rubrica “CortoCircuiti” su www.inchiostrolibri.it ; collabora con la rivista letteraria “Narrazioni”. È autore di racconti, alcuni dei quali pubblicati su www.puglialibre.it e sulla rivista “L’Immaginazione” (Manni Editori). Scrive anche di cinema.

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