Cronaca

La Francia scopre gli schiavi del pomodoro e la CGIL propone soluzioni

La Francia scopre gli schiavi del pomodoro e la CGIL propone soluzioni

di Teresa Manuzzi
Il programma francese “Cash Investigation”, qualche settimana fa, ha mandato in onda sul canale “France 2” un’inchiesta intitolata Les recoltes de la honte” ovvero “I raccolti della vergogna”. Così, dopo la Norvegia, anche la Francia viene a conoscenza della sconvolgente schiavitù nostrana spiegata mostrando proprio la raccolta del pomodoro pugliese.

Nell’inchiesta si denunciano apertamente le grandi catene internazionali di distribuzione come Lidl, Auchan e Carrefour che offrono ai loro clienti prodotti raccolti nelle campagne italiane dai nuovi schiavi. Per questo motivo arriva adesso la proposta di Yvan Sagnet, responsabile CGIL FLai di Lecce : “L’unica cosa da fare è il boicottaggio nei confronti di quei supermercati che vendono prodotti raccolti dagli schiavi nelle campagne […]Facciamo i nomi si tratta di Auchan, Lidl, Carrefour e anche Coop, tutte grandi catene che hanno sui loro scaffali questi prodotti, ma c’è una contraddizione perché nei loro codici etici affermano chiaramente il rispetto dei diritti umani e dei lavoratori. Queste aziende stanno prendendo in giro i consumatori”.

Chi è Yvan Sagnet?
Ad alcuni il nome di Yvan Sagnet non suggerisce nulla, ad altri invece ricorda il coraggio di un ragazzo camerunense, nato nel 1985, che nel 2011 guidò quello che passò alla storia come il primo “sciopero dei braccianti africani”. Sagnet nelle campagne leccesi di Nardò, a raccogliere le angurie, c’era andato per mantenersi agli studi di ingegneria. Era andato per lavorare ma si era ritrovato nell’inferno: condizioni disumane di lavoro e di vita, paghe da fame, nessun contratto e tanti, troppi caporali e proprietari terrieri che, di volta in volta, rimandavano a “domani” il giorno di paga e scorporavano dal salario, già basso di suo, percentuali per il trasporto, il “posto-letto”, il cibo.

La “Certificazione etica d’impresa
La CGIL, oltre al boicottaggio lancia anche un’altra proposta: la “certificazione etica d’impresa”. Dopotutto se la carne è tracciata dalla nascita alla macellazione, perché non tracciare anche la verdura, gli ortaggi e la frutta? Tracciare in maniera certa tutta la filiera. Dai campi alla trasformazione fino ad arrivare ai banchi del supermercato, sì sarebbe una soluzione. “Al momento in Italia i codici etici delle aziende ci sono, ma si basano su “semplici autocertificazioni dei produttori”- precisa Peppino Deleonardis, segretario generale della Flai Cgil in Puglia- “Questi dicono che hanno raccolto seguendo le regole, quindi la grande distribuzione prende per buona la dichiarazione, si rifornisce da loro e dice ai clienti che possono stare tranquilli”.

E noi quanto siamo disposti a pagare per un chilo di arance?
C’è poi il buonsenso che dovrebbe guidare noi, semplici consumatori. I prezzi estremamente bassi di pomodori e arance sono sintomo di una raccolta illegale e sottopagata, un chilo di pomodori non può essere venduto e 90 centesimi, così come un chilo di arance venduto a 60 centesimi dovrà farci riflettere sulla sua provenienza. Purtroppo si tratta di una guerra tra poveri, da un lato la crisi che morde i salari e il potere d’acquisto e dall’altro i diritti negati dell’ultimo anello della nostra società.
Ma quando parliamo di schiavi non dobbiamo pensare solo alla nostra regione. La certificazione etica d’Impresa dovrebbe essere richiesta a qualsiasi prodotto perché, come fa notare Yvan: “Lo sfruttamento continua ovunque: sui campi della Puglia e della Sicilia, nei frutteti del Piemonte, negli agrumeti in Calabria. Opprime i lavoratori che si spostano di stagione in stagione per tutta la penisola”- Rosarno, tra tutte, è forse la realtà più terribile-“Lì bisogna affrontare anche l’inverno, gli stagionali dormono nei casolari abbandonati e bruciano copertoni acquistati dagli stessi caporali per scaldarsi, inalando fumi tossici”.

Gli “Indici di congruità”
Per evitare che accada ancora questo la CGIL si batterà adesso per la “certificazione etica d’impresa”. Offrire condizioni umane e civili non è impossibile, anche perchè al momento si possiedono già gli strumenti per capire se si è fatto uso di lavoro meno o no. Basterebbe utilizzare gli “Indici di Congruità”. Gli indici stabiliscono il tempo necessario a raccogliere il prodotto agricolo presente all’interno di un appezzamento di terra. Se il proprietario impiega però meno del tempo previsto dagli indici allora vuol dire che si è fatto uso di lavoratori non contrattualizzati.

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