Arte, cultura e spettacolo

Lezioni “di vita” con Camilleri: standing ovation per l’ “Architetto della parola”

Lezioni “di vita” con Camilleri: standing ovation per l’ “Architetto della parola”

di Margherita Calò
Bari – L’emozione dell’ultima giornata del Bif&st 2014 è stata palpabile fuori e dentro le mura del Teatro Petruzzelli. Tra gli appuntamenti di sabato 13 aprile, il programma del Bif&st diceva “ore 11:15 Lezione di cinema di Andrea Camilleri”. In realtà, già dalle prime ore della mattinata, il teatro era al completo e una lunga coda di gente ha dovuto faticare prima di rassegnarsi all’idea di non poter ascoltare le parole di uno dei più grandi scrittori del Novecento. Ad affiancare l’Architetto della parola – così recitava la motivazione per il premio Fellini conferitogli in quella stessa giornata – il giovane regista palermitano Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. Un duo improbabile: il primo ha fatto la storia della letteratura, del cinema e della televisione, il secondo un regista emergente che con il film “La mafia uccide solo d’estate”, ha ricevuto proprio nel Bif&st il premio alla migliore opera.

Camilleri, con la sua voce rauca e lenta e il suo caldo accento siciliano ha entusiasmato il pubblico. Ha raccontato la sua vita e il prezioso rapporto che l’ha legato a Sciascia: “fummo quasi obbligati all’amicizia, avevamo tante cose in comune e poi tutti e due eravamo sotto il segno di Pirandello, il nostro nume tutelare.” L’unicità del rapporto con Sciscia trasudava dalle sue parole sincere: “Eravamo veri amici perché litigavamo: la vera amicizia è quella, sennò sai che noia”. La stima profonda per l’amico è stata tessuta minuziosamente in un quadro completo e perfetto di elogi morali ed artistici di “un uomo assolutamente irreprimibile con la sua lucidità luciferina e la scrittura nitida e affilata come un bisturi”. Commovente è stato ascoltare Camilleri dire “Leonardo per me è una medicina: quando mi sento un po’ scarico, e a 88 anni suonati ne ho anche il diritto, piglio un suo libro, leggo tre pagine e mi sento ricaricato: è come l’elettrauto“.

Pif, affascinato dai continui aneddoti del grande scrittore, è finito spesso per diventare spettatore, come se fosse seduto tra le prime file della platea: “La mia infanzia – ha confessato Diliberto – è molto meno affascinante: ho il sospetto che la mia generazione sia molto meno interessante, ho l’impressione di essere arrivato troppo tardi, quando il divertimento è già finito”. Camilleri, quasi non curandosi di questo, si è limitato a dire che “il mondo cambia, così come cambiano i  rapporti umani: sarebbe assurdo tirare fuori da questo una morale o fare paragoni”. Pif riprende i panni di coprotagonista con la sua solita ironia introducendo il concetto di sicilianità. “La letteratura ci ha fatto male a noi siciliani”, ha scherzato mentre prendeva in esame Il gattopardo. La platea ha riso quando ha racconto che il 90% dei siciliani non ha mai letto questo romanzo eppure “se vai in Sicilia ogni siciliano cita la frase bisogna cambiare tutto perché nulla cambi.  Perché noi siciliani abbiamo trovato nella letteratura una giustificazione al nostro non voler fare nulla, tanto questo è il paese del Gattopardo…”.

Camilleri, sull’onda della letteratura, ha incalzato dicendo: “Era dicembre del 1999, mi chiama un corrispondente de El País e mi domanda <<Signor Camilleri quale romanzo del Novecento traghetterebbe nel nuovo secolo?>>. Era l’ora di pranzo e gli spaghetti erano in tavola: <<I promessi sposi, arrivederci e grazie>>. Poi guardo mia moglie e le chiedo: <<Ma I promessi sposi, esattamente, di che anno è?>>. “La versione definitiva – mi dice lei – è del 1840”. <<Minchia!>> dissi. Il direttore de El País mi chiama e mi dice <<Signor Camilleri, ci risulta che I promessi sposi è dell’800>>. <<Ma sa – feci io – per me è contemporaneo>>.  << Allora le posso suggerire Gattopardo?>>. “No!” dissi, e chiusi la conversazione. Il gattopardo è un romanzo sopravvalutato: Tomasi di Lampedusa crede di fare la storia della Sicilia, invece fa il pianto su quel che una certa parte della nobiltà è stata per la Sicilia: una forza frenante di qualunque sviluppo”.

E proprio mentre in Libano veniva arrestato Marcello dell’Utri, i due protagonisti del Petruzzelli parlavano di mafia. “Spesso mi domandano – confessa Pif – se sia giusto parlare di mafia ed associarla alla Sicilia, come se fosse solo quella”. Camilleri lo ha ammonito amichevolmente, con fare paterno: “Se in Sicilia esistono ancora i mafiosi e se questi qua non sono ancora stati ammazzati, allora la mafia c’è! E allora perché è brutto associarla alla Sicilia? È brutto far finta di niente”. E rivolgendosi al pubblico: “ Il rischio che si può correre quando si racconta la mafia è che questi figghi di bottàna diventino pure simpatici agli occhi dei lettori o degli spettatori. Pensate al film “Il Padrino”, interpretato da Marlon Brando: il protagonista è un mandante, è uno che fa ammazzare la gente eppure agli occhi dello spettatore diventa familiare! Bisogna stare attenti”. Più che una “lezione di cinema” il grande Camilleri ha tenuto una splendida lezione di vita, definendosi “una razza in via d’estinzione” perché sposato con la stessa donna da 56 anni, ironizzando sulla propria vista “ridotta a nulla” incapace di guardare i Reality, ma la cui giovinezza d’animo ha trovato il consenso del pubblico che lo ha salutato con una standing ovation, l’unico modo per dirgli “grazie”.

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