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International Journalism Festival: l’era del digitale

International Journalism Festival: l’era del digitale
Daniele D'Amico

di Daniele D’Amico
“Ritengo che nell’era digitale una testata sensibile debba prestare attenzione a quello che le altre persone producono perché oggi chiunque può pubblicare qualcosa, non è più un monopolio in mano ai giornalisti “, così il direttore del The Guardian, fresco di Pulitzer per lo scandalo Datagate, al forum che ha aperto l’International Journalism Festival, che si è tenuto a Perugia dal 30 aprile al 4 maggio.
Alan Rusbridger
è convinto che i migliori giornali siano quelli in grado di capire come stia cambiando la condivisone delle informazioni, soprattutto con l’ausilio dei social network.
Del rapporto tra Twitter e giornalismo ha parlato Joanna Geary, ex direttore dello svilupo digitale del Guardian e attuale Head of  News di Twitter UK.  Con 240 milioni di utenti Twitter è uno dei social  più diffusi e più influenti al mondo, due terzi dei leader mondiali hanno oggi un account, come ha ricordato infatti la stessa Geary durante il workshop.

Alla mia  considerazione e domanda: “Il mondo dell’informazione è diviso tra chi demonizza i social  colpevoli di aver rovinato il mestiere, e chi non può farne a meno. Ma si può fare il giornalista oggi senza usare Twitter?” La Geary ha risposto: “Credo di no. Ad oggi, non riesco nemmeno a immaginare come si possa essere giornalisti e non usare Twitter. È uno strumento essenziale per chi fa questo mestiere. Anche se non si possiede un account o non si pubblica nulla, si può utilizzare Twitter per cercare informazioni e tenersi in contatto con l’area in cui si lavora. Ignorarlo è preoccupante. Si potrebbe pensare che io lo dica perché ci lavoro, ma la pensavo allo stesso modo quando lavoravo al Guardian. Twitter può essere una risorsa anche per le agenzie di stampa, potrebbero rinnovare le loro fonti, aprirsi a un pubblico più vasto“.  A Perugia si è discusso di quanto il giornalismo della carta stampata possa resistere al potere e al mercato del digitale e anche di Crowdfunding.
Il Crowdfunding (dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento), è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni.

È una pratica di micro-finanziamento dal basso che mobilita persone e risorse. Il termine trae la propria origine dal Crowdsourcing, processo di sviluppo collettivo di un prodotto. Il Crowdfunding si può riferire a iniziative di qualsiasi genere, dal sostegno all’arte e ai beni culturali, al giornalismo partecipativo, fino all’imprenditoria innovativa. Il Crowdfunding è spesso utilizzato per promuovere l’innovazione e il cambiamento sociale, abbattendo le barriere tradizionali dell’investimento finanziario. Negli ultimi anni, sempre più spesso è stato invocato come una sorta di panacea per tutti i mali e un’ancora di salvezza per le economie colpite dalla crisi finanziaria. Il web è solitamente la piattaforma che permette l’incontro e la collaborazione dei soggetti coinvolti in un progetto di Crowdfunding. Altro tema  è stato il  Citizen Journalism, il termine con cui si indica la nuova forma di giornalismo che vede la partecipazione attiva dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione offerta dai Social Network.

Tom Curley, il direttore dell’Associated Press ha detto: “Come abbiamo potuto vedere chiaramente nell’ultimo anno, i consumatori vogliono utilizzare la natura interattiva del web per partecipare direttamente allo scambio delle notizie e delle idee. L’informazione come lezione sta lasciando spazio all’informazione come conversazione”. Le forme del giornalismo partecipativo sono variegate e si possono distinguere anche per il grado di coinvolgimento dei lettori. Tra i movimenti del new journalism relativamente nuovi e vivaci, c’ è il Fact-Checking, che sta registrando una forte espansione negli ultimi due anni. “Costoso, controverso, non redditizio” lo ha definito così Bill Adair, direttore di PolitiFact, insegnante alla Duke University e moderatore del forum a Perugia. Il Fact-Checking si è diffuso ormai in tutto il mondo: dall’America, al Regno Unito, dall’Europa all’Africa. È Adair stesso a snocciolare i dati durante il panel discussion “Tutti pazzi per il Fact-checking”. Sono 63 i siti nati negli ultimi 30 anni, 45 dei quali attivi. Un picco è stato registrato negli ultimi 2 con un incremento di 27 nuove piattaforme. 23 di queste si occupano di verificare le promesse che i candidati politici fanno durante le campagne elettorali rispetto al mantenimento delle stesse. Se da un lato la mission è quella di responsabilizzare i politici, dall’altro si vuole rendere l’elettorato interessato alle fonti e ai dati.

Un forum è stato dedicato al Data Journalism, come trovare storie nei dati, in ambienti politici ostili. “Il giornalismo dei dati non sostituisce le buone pratiche giornalistiche, ma fornisce ai giornalisti strumenti per raccontare meglio le loro storie”. A chiarirlo subito è la giornalista Giannina Segnini, ex responsabile del gruppo di giornalismo investigativo de La Nacion di San Josè. A dimostrarlo i casi de La Nacion Costa Rica, che ha costruito in cinque anni un’unità di giornalismo investigativo d’eccezione e de La Nacion Argentina, che ha costretto alle dimissioni due Presidenti della Repubblica. Uno degli elementi più importanti per fare Data Journalism è costituito dal team. A confermare l’ importanza del team è anche Angelica Peralta Ramos, de La Nacion Argentina: “L’unione delle forze tra giornalisti e developers fa la differenza. Occorre saper parlare la stessa lingua”. Secondo Mario Tedeschini, responsabile internazionale della Online News Association, è importante creare squadre ad hoc in redazione: “Giornalista non è solo chi scrive un testo, ma ogni membro del team che produce informazioni rilevanti per i cittadini”.

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Daniele D'Amico
@1danyda

Nato a Taranto il 25/04/1980, da sempre appassionato di Digital Journalism, Social Network e Digital Marketing. SEO Editor e Social Media Strategist. In costante formazione.

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