Arte, cultura e spettacolo

Cavalcando tempi migliori

Cavalcando tempi migliori

di Giuseppe Custodero
Inutile parlare di crisi, si sente a naso, la stiamo vivendo ogni giorno. Non giova ad alcuno essere pessimisti, senza girare con le parole in inutili
critiche sui mali di una società della quale siamo testimoni e partecipi. Forse potremo cominciare a risolvere i piccoli problemi, quelli che si profilano ai nostri occhi durante lo svolgimento della nostra giornata. Cominciando dalle piccole cose, magari vivendo in un paese a diretto contatto con la campagna nella scelta dei prodotti per la lista della spesa, se non si sceglie il negoziante sotto casa o il supermercato, forse siamo più agevolati e i conti tornano. Purtroppo, la globalizzazione ha comportato anche l’inserimento di prodotti alimentari di provenienza extra UE, da Paesi anche Oltreoceano, a costi molto più bassi, competitivi, per i bassi costi del lavoro necessari a produrli, rispetto a quelli di casa nostra. Facendo un discorso economico, stiamo osservando che non conviene più produrre un alimento se poi sul mercato si impone un prodotto estero a costi estremamente bassi: questa abitudine si ripercuote, infatti, sulla chiusura di realtà agricole o sulla riduzione in termini di posti di lavoro.

Poi c’é il discorso della qualità, un prodotto fatto in serra cercando di ricreare un microclima ideale per assicurare un’elevata produzione non potrà mai eguagliare in termine di sapore e vitamine un prodotto ortofrutticolo di cultivar e selezione italiani, nato e cresciuto sotto il sole italiano, in un ambiente agricolo che molti Paesi stranieri ci invidiano.

L’uso e molto spesso l’abuso dei fitofarmaci e la scelta di varietà e metodi colturali ad elevata produzione ha comportato anche la scomparsa di varietà antiche che non erano molto grandi ma eccellenti e ricche in termini di sapore e nutrienti. L’uso continuo di sostanze tossiche per gli insetti e per le “malerbe” ha messo a rischio la sopravvivenza di specie vegetali e animali selvatiche autoctone, cioé specifiche dei nostri ambienti naturali.

E allora cosa si può fare? Ricordare, innanzitutto, la saggezza dei nostri nonni e dei vecchi contadini, che dicevano che “quando si va in campagna non si torna a mani vuote”, cioè con la conoscenza delle erbe selvatiche commestibili si può riempire la borsa della spesa quotidiana e cercare di risparmiare da una parte, mettere da parte i soldini per quando se ne ha veramente la necessità. Nelle coltivazioni orticole di una volta si tralasciavano aree di basso interesse economico in quanto aride e sassose per permettere la conservazione delle erbe selvatiche e “lasciar sfogare” insetti e altre specie animali selvatiche. L’uso di rotazioni nelle scelte colturali permetteva quell’avvicendamento di orticole diverse che manteneva la fertilità del terreno in maniera costante e con il riposo dello stesso, senza inutili forzature che si ripercuotevano sulla fragilità delle piante nei confronti degli insetti e delle malattie vegetali.

Qualche anno fa in occasione di una visita a Milano per ricevere un premio Federchimica feci una scoperta che mi riportò ad una realtà legata al bisogno dei nostri emigranti di riscoprire i sapori della nostra terra: in un attico di un palazzo di fronte al mio albergo, dove abitava un pugliese, la sera venivano organizzate cene a base di prodotti ortofrutticoli coltivati in loco nei vasi insieme ai rampicanti e ai bonsai che lo arredavano. La riscoperta dei sapori di un tempo, infatti, è l’occasione prescelta anche dai turisti stranieri che affollano d’estate trulli e masserie della nostra terra.

Ma torniamo a noi, senza disperderci in discorsi sulle tradizioni culinarie del nostro comprensorio che esulano dal nostro intento.
Forse dovremo riscoprire l’abitudine in una sorta di hobby, un piacere di rilassarsi fuori dal tram tram quotidiano che una società massificata come la nostra ci costringe a vivere. Il piacere di vivere in campagna è anche stare fisicamente a contatto con la terra per cercare di depurarsi dall’essere costretti a stare a diretto contatto con inquinamenti e veleni di ogni tipo propri di una società ipermeccanizzata e senza continuare a respirare smog o rischiare di essere investiti da un pirata della strada durante una passeggiata a piedi.

Recenti scoperte hanno chiarito i meccanismi e le sensazioni cognitive che portano una persona a coltivare un proprio orto, la chiamano ortoterapia. Nei Paesi anglosassoni e del Nordeuropa questo hobby viene “coltivato” da più di mezzo secolo e sempre per hobby ha permesso di riscoprire la vecchia abitudine del regalo e dello scambio di prodotti tra i coltivatori. Abitudini contadine di una volta, per esempio, quando si organizzavano vere e proprie tavolate tra vicini di casa o tra tutti coloro che partecipavano alla vendemmia, alla raccolta o alla semina del grano. Erano mentalità consolidate il lavorare insieme, seminare e raccogliere, quel ritrovarsi, vivere insieme, partecipare ad eventi familiari anche per brevi periodi fissati dalla durata dei banchetti conviviali. Con quella mentalità che ha il sapore di un tempo forse hai la capacità di discernere ciò che è giusto da ciò che sembra sbagliato.

I giovani di quel tempo, ormai lontano, continuavano a crescere in ambito familiare di stampo patriarcale con il capo famiglia che si preoccupava che i componenti della famiglia stessero nelle migliori condizioni anche in termini di salute. Ora certi giovani, che si dicono moderni, sono lasciati a se stessi perché la famiglia ha perso quel ruolo di educazione e protezione che aveva una volta lasciando ai contesti sociali e agli amici il ruolo di formazione del giovane di oggi che sarà l’uomo di domani. Si pensa che il giovane di oggi, standardizzato, si trovi, quindi, nell’impossibilità di crearsi una famiglia impostando ai propri figli una giusta educazione in quanto non ne ha ricevuta una idonea. Non sono qui per giudicare circa i contenuti di un’educazione familiare, ma sembra che sia diventata un’abitudine affollare luoghi e ritrovi, dove non si fa altro che passare il tempo, passeggiare, parlare con gli amici in gruppi ristretti, consumare cibi e bevande e cercando di fare qualcosa di nuovo alla ricerca di quella felicità vana e illusoria di una notte. Ma, soprattutto, spendere, farsi vedere felici, di poter spendere senza contare su se stessi e avere la capacità di saper rinunciare alle cose futili e vane, ma rincorrere le cose reali, quelle cose che si costruiscono ogni giorno con il lavoro e il sacrificio che il lavoro comporta. Facendo un discorso più incisivo che a molti non piacerà: della birra o del superalcoolico meglio un buon bicchiere di vino della nostra terra, magari fatto da noi o dal vicino di casa da condividere con le persone che ci conoscono e con le quali si vive la fatica del lavoro di ogni giorno. Questo è solo un piccolo granello di quel sapere contadino dimenticato anche da chi ha voluto cancellare la propria storia e le proprie origini, per fare i moderni e cercare di riscrivere una storia che nasce già zoppa: lasciati soli si rischia di fare gli stessi errori.

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Biologo con laurea specialistica a ciclo unico in Scienze Biologiche nel 1991, Specialista in Applicazioni Biotecnologiche e con Dottorato di Ricerca in Scienze del Mare, sempre all'Università di Bari; Giornalista Pubblicista, Medical Doctor (MD) presso Harvard Medical School, Boston MA, Multispecialist. C.T.U. n.14 del Tribunale di Bari alterna i suoi impegni professionali dedicandosi al lavoro nel suo ambulatorio specialistico di Patologia Clinica convenzionato S.S.N. a Fasano (BR), nato come Istituto di Ricerca Biomedica e chiamato "Laboratorio scientifico", ma anche facendo consulti on line ai colleghi in U.S.A., animando la sua pagina fb e il blog dedicato al padre Gianni Custodero e collaborando con alcune testate nazionali oltre che come refery per alcune riviste scientifiche internazionali. Mantiene il suo contatto con la natura coltivando i suoi hobby all'aperto e impegnandosi nella socializzazione e nel rispetto tra i popoli di ogni razza e credo religioso.

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