Cronaca

Sarah Scazzi: il crimine come genere televisivo

Sarah Scazzi: il crimine come genere televisivo

di Teresa Manuzzi
Nel caldo e afoso pomeriggio del 26 agosto del 2010 una sparizione conquista l’attenzione degli italiani. Sarah Scazzi, una ragazzina di quindici anni non si trova più, tutta Italia comincia a ripetere il nome di un piccolo paese della provincia di Taranto: Avetrana. Il caso si trascina fino all’autunno, durante la trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?” quasi si ripete quanto già avvenuto a Vermicino per Alfredino Rampi. La madre di Sarah, in collegamento dall’abitazione della sorella, viene informata in diretta della probabile morte della figlia per mano di suo cognato. Federica Sciarelli, conduttrice del celebre programma che si occupa delle persone scomparse, cerca di tergiversare, chiede alla donna se vuole interrompere la diretta, ma Concetta è immobile, paralizzata davanti alle telecamere. La conduttrice spiega che la notizia non è confermata, che nulla è certo, ma sui giornali on-line già appaiono i primi titoli, sino alla diffusione della notizia da parte dell’ANSA.

Sciacallaggio da nuovo millennio
La diretta di “Chi l’ha visto” prosegue senza nemmeno rispettare gli orari della rete. Il programma viene seguito da una media di 4 milioni e 227 mila telespettatori, che superano i 5 milioni verso la fine della trasmissione. Il giorno successivo piovono critiche da ogni dove, tutti sono schierati pro o contro la Sciarelli, senza rendersi conto che il peggio doveva ancora arrivare. I programmi di infotainment cominciano a trattare il caso e a distruggere lo “zio Michele” che, in seguito si rivelerà essere forse soltanto un complice del delitto. D’altronde, come scrive Ilvo Diamanti sulle pagine de “La Repubblica.it”: “Da noi la criminalità costituisce un genere televisivo di successo, che occupa uno spazio specifico e ampio, anzitutto nei notiziari”.

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