Arte, cultura e spettacolo

“Solo gli amanti sopravvivono”: il sangue è la vita

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“Solo gli amanti sopravvivono”: il sangue è la vita
Fabio Cassano

Adam e Eve si amano, ma le loro vicissitudini li hanno allontanati: Adam vive a Detroit, Eve a Tangeri. I due amanti si rincontrano, e l’idillio pare ritrovato; ma vivere un amore puro non è facile, specie se si è vampiri vecchi di secoli. Questa è la premessa del nuovo film di Jim Jarmusch, autore di culto per Daunbailò, Coffe & Cigarettes e Dead Man. Solo gli amanti sopravvivono è un clamoroso schiaffo morale al più recente cinema di argomento vampiresco, e un mirabile esempio di stile e radicalità applicati a dinamiche da gelido mélo. Non si pretenda, quindi, di assistere a un film dell’orrore; ci si dimentichi di Dracula, e ancor più della saga di Twilight, poiché quello tra Adam e Eve è il più ordinario degli amori: l’amore annoiato, l’amore irrisolto, l’amore di chi ha alle spalle l’eternità.

Come si può ancora amare dopo infinite esistenze? Come amare se solo il sangue altrui può donare la vita? Jarmusch porta la premessa alle estreme conseguenze, calando la tematica soprannaturale in un quadro di squallida quotidianità: le ambizioni frustrate, i sentimenti taciuti, le delusioni, è tutto già lì, uguale e differente allo stesso tempo. Per Adam ed Eve,  soli al mondo come i loro biblici progenitori, la notte è l’unica dimensione dell’esistenza. Le vie sono deserte, gli edifici in balia dell’incuria, il buio e il degrado dominano un mondo della cui catastrofe i protagonisti paiono essere gli unici superstiti.

Ma cos’è un vampiro, per Jarmusch? Non solo chi si nutre di sangue: è colui che non conosce che le tenebre, che può trovare affetto e consolazione solo nei suoi simili, il reietto agli occhi degli indifferenti umani (zombie, come li chiamano i vampiri). Il vampiro è l’essere dotato di una sensibilità eccezionale, il cui istinto predatorio è soffocato dalle norme del vivere convenzionale. Su questo tema Jarmusch innesta quadri di inquietante desolazione, dalla tetra routine degli amanti al declino di un decrepito Christopher Marlowe, ridotto nei secoli a prostituire il proprio genio poetico.

La narrazione si dipana lentamente, intessendo echi da Nosferatu di Herzog e The Addiction di Ferrara, nonché allusioni faustiane ed espressioniste; il tutto con un’eccezionale austerità formale. I tempi sono dilatati, i movimenti di macchina studiati al millimetro, la recitazione calibratissima. Eccezionali sono le interpretazioni dei protagonisti (Tom Hiddleston e Tilda Swinton al loro meglio), servite dalle ottime prove dei comprimari Mia Wasikowska e John Hurt (quest’ultimo nel ruolo di Marlowe); magnifica anche la cupa fotografia di Yorick Le Saux, e notevoli i contributi musicali di Jozef Van Wissem, alternati a seducenti blues di repertorio. Che importanza possono allora avere minime incertezze di scrittura o pallide ombre di didascalismo? Calata la notte,  i due figli del buio potranno cacciare di nuovo, e così vivere e amarsi ancora una volta. Perché l’eternità è solo un istante, e perché il sangue è la vita.

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