Arte, cultura e spettacolo

The Lone Ranger: “Vénghino, Signori!”

The Lone Ranger: “Vénghino, Signori!”
Fabio Cassano

di Fabio Cassano
Arizona, 1869. La Ferrovia Transcontinentale è alle ultime fasi della sua costruzione, e presto anche l’Ovest scoprirà la civiltà e il progresso. John Reid, un avvocato appena arrivato dall’Est, è costretto a imbracciare le armi per catturare Butch Cavendish, un bandito che semina morte e distruzione lungo la Frontiera. Nella sua battaglia, John è affiancato da Tonto, un Comanche che come lui cerca vendetta contro Cavendish. I due si uniranno nella loro crociata, e John, divenuto un ranger e datosi alla macchia, sarà chiamato Lone Ranger.

Tratto da una serie radiofonica, poi televisiva e fumettistica, The Lone Ranger è un western per chi non ha tanta voglia di western: ne ha tutti gli elementi, raramente l’essenza. Nei suoi pleonastici 135 minuti, è dispiegato come in una giostra l’intero armamentario del grande cinema di Frontiera: dalle rapine ai treni ai crolli dei ponti, agli esplosivi, agli Indiani buoni e saggi e ai corrotti ferrovieri bianchi.

La narrazione è all’insegna di un citazionismo sfrenato, dai carillon di Sergio Leone alle comiche di Buster Keaton. Ma tutto ciò, in ultima analisi, dà un risultato inferiore alla somma delle parti: nel suo complesso, The Lone Ranger è soprattutto una pellicola avventurosa per tutta la famiglia, la cui inoffensività è sancita dalla distribuzione Disney e da un umorismo spesso puerile.

L’impianto generale è un ibrido tra il classico western di frontiera, il cosiddetto fantawestern con timide concessioni al soprannaturale, e la classica avventura in stile Pirati dei Caraibi. Per fortuna nessuno di questi elementi prende eccessivamente il sopravvento, è il risultato è uno spettacolo dinamico e fracassone. L’intreccio narrativo, in realtà, è piuttosto confuso, e le svolte e i colpi di scena spesso destano più spaesamento che stupore. Infine, lo spettatore è perfino confortato nel veder ricondurre ogni dinamica a intrecci figli di inveterati stereotipi. D’altra parte, cosa sarebbe The Lone Ranger, o meglio, cosa sarebbe il western, senza i suoi luoghi comuni?

In questa gragnuola di caratteri convenzionali gran parte del fascino del personaggio risiede nelle interpretazioni attoriali. Tuttavia Armie Hammer nel ruolo di John Reid appare spesso spaesato e fuori posto, quasi fosse un comprimario più che il protagonista; Johnny Depp, invece, sfodera un’interpretazione tra il buffo e il tenebroso, piena di smorfie da broncio interdetto e di occhi strabuzzati, riducendo il suo personaggio a una macchietta. Forse il difetto maggiore di The Lone Ranger è proprio la mancanza di una figura autenticamente protagonistica: tutti sono comprimari, cosicché le avventure di Lone Ranger e Tonto si riducono a una serie di comiche da “strana coppia”.

Il film ha comunque un buon ritmo, e Verbinski ha idee sufficienti a destare l’attenzione dello spettatore in prossimità dei possibili punti morti: un bel gioco di montaggio qui, un bell’accostamento musicale là, ed ecco che il regista confeziona uno spettacolo dinamico e di facilissima presa.

Poco da dire sulla cornice narrativa, ambientata negli anni ’30 del Novecento: il siparietto in cui un anziano Tonto, ridotto ad attrazione da fiera, racconta la sua storia a un ragazzino curioso, conferisce alla narrazione un carattere epico-favolistico di maniera che, a tratti, si rivela funzionante. In effetti, è proprio nella dimensione da “Vénghino, Signori” (le parole con cui, d’altronde, il film stesso ha inizio) che The Lone Ranger trova una sua cifra, pur nella chiave di un usurato poetismo ‘burtoniano’.

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