Cronaca

Taiji, riparte la sanguinaria strage dei delfini

Taiji, riparte la sanguinaria strage dei delfini
Mariangela Lomastro

delfinidi Mariangela Lomastro
E’ partita il primo settembre la stagione della caccia al delfino nella baia di Taiji, conosciuta come la Baia della morte o la Baia insanguinata. Una vera e propria mattanza, denunciata per la prima volta nel 2003 dall’associazione ambientalista Sea Sheperd e documentata nel 2009 dal film- documentario The Cove per il quale il regista Richard O’Barry, addestratore del delfino Flipper, protagonista della famosa serie di telefilm, è stato premiato con un Oscar.
Teatro del massacro è un’angusta insenatura nel sud del Giappone, chiamata appunto Cove, dove migliaia di delfini sono spinti dal rumore di bastoni metallici battuti sulla superficie del mare; il rumore, propagato dall’acqua, provoca il disorientamento dei banchi di delfini intercettati, che rimangono in migliaia imprigionati nelle acque basse della baia.

Molti sono uccisi a colpi di bastoni e fiocine e sezionati direttamente sul posto per facilitarne il carico a bordo dei pescherecci, mentre il mare circostante si colora del rosso del sangue dei delfini.
Gli esemplari più belli, privi di ferite o imperfezioni, vengono invece catturati per essere rivenduti ai delfinari di tutto il mondo, iniziando così un percorso di vere e proprie torture sconosciute agli spettatori che ne ammirano le evoluzioni.
Subito dopo la cattura, i delfini sono rinchiusi in gabbie per il trasporto che ne impediscono i movimenti, tanto da provocare la morte di due animali su tre; per sopperire al queste perdite, i delfini catturati sono sempre in numero molto superiore alle necessità.
La prima fase dell’addestramento che gli esemplari sopravvissuti ricevono, consiste nell’insegnargli a mangiare il pesce morto che riceveranno come ricompensa per le loro esibizioni, dal momento che i delfini mangiano solo pesci vivi. Per ottenere questo risultato, sono costretti a lunghi periodi di digiuno che non tutti gli esemplari riescono a superare.

Una volta imparato a mangiare il pesce morto, rimane il problema dell’idratazione, poiché il cibo che ricevono come ricompensa, essendo stato precedente mente congelato ha perso la parte acquosa di cui è composto. Per idratare i delfini, viene inserito loro in gola un tubo di gomma.
Rinchiusi in vasche artificiali, i delfini vengono lentamente sopraffatti dalla noia che, insieme alla fame, li porta alla sottomissioni verso l’istruttore.
A questo punto arrivano gli acquirenti, che sborsano altre 100.000 euro per gli esemplari migliori, cominciando un viaggio di diversi giorni verso destinazioni di tutto il modo che compiono in vere e proprie “bare” di acciaio.
I delfini che sopravvivono a quest’ultimo trasporto (molti si lasciano morire), passeranno il resto della loro vita ad esibirsi in gabbie d’acqua.
Il massacro dei delfini di Taiji, comincia ad essere conosciuto anche in Italia dove, nei giorni scorsi, si sono svolte manifestazioni di protesta a Roma e Milano.
In campo internazionale, sono numerose le associazioni ambientaliste che inviano ogni anno volontari nella baia di Taiji per contrastare le operazioni dei pescatori giapponesi, come numerosi sono gli appelli di personalità famose, tra cui Yoko Ono.
Il governo giapponese, da parte sua, oltre ad ostacolare in ogni modo, anche con arresti, l’attività degli ambientalisti, difende il massacro con esigenze alimentari, ingiustificate poiché la carne di delfino è ricca di mercurio.
L’appEllo che i militanti ambientalisti stanno cercando di veicolare in tutto il mondo è a una mobilitazione quanto più ampia possibile per boicottare i delfinari, ricordando che il delfino non sorride, quello vogliamo illuderci di considerare tale un sorriso, non è nient’altro che la conformazione naturale del loro muso.

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