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Delocalizzazione: venti anni di capitali d’impresa in fuga

Delocalizzazione: venti anni di capitali d’impresa in fuga
Gabriella De Santis

delocalizzazionedi Gabriella De Santis
Destinazione preferita? Europa dell’Est. Sono questi i paesi prescelti che, seppur in via di sviluppo nelle infrastrutture di base, rispondono alla condizione essenziale di una bassa, se non completamente assente, regolamentazione del mercato del lavoro, tanto imprenditoriale, quanto sindacale. In aggiunta il costo del lavoro è più basso, anche del 75% rispetto alla paga di un lavoratore italiano.

Il fenomeno noto come delocalizzazione, rileva come dal 2000 al 2011 le imprese che hanno delocalizzato le proprie strutture sono aumentate del 65% arrivando a superare le 27mila unità.

Lo sostiene il segretario della Cgia Mestre, Giuseppe Bortolussi, che aggiunge: “Fare impresa in Italia è molto più difficile che altrove. Le tasse, la burocrazia, il costo del lavoro, il deficit logistico-infrastrutturale, l’inefficienza della pubblica amministrazione, la mancanza di credito e i costi dell’energia rappresentano degli ostacoli spesso insuperabili che hanno indotto molti imprenditori a trasferirsi in Paesi dove il clima nei confronti dell’azienda è più favorevole” […] “La delocalizzazione – conclude Bortolussi – ha una valenza economica, ma anche sociale e politica. Se da un lato la delocalizzazione tende ad aumentare la competitività di un’attività produttiva, dall’altro si corre il rischio di far crescere la disoccupazione nell’area in cui ha origine. Ciò rischia di avvenire se i lavoratori fuoriusciti dalle attività produttive non sono reimpiegati in altre attività presenti in loco.”

Ed il problema è proprio questo. Si è deciso di salvaguardare unicamente il guadagno, il profitto delle aziende, senza tener conto dell’estremo danno che di conseguenza è sorto. Ma alla fine si parla di quelle dosi di “egoismo necessarie“ alla sopravvivenza di un’azienda, come A. Smith insegna: “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse”. Tuttavia trovarsi d’accordo con tale affermazione oggigiorno, o cercare di darne interpretazioni risulta essere fuorviante. In breve: le aziende delocalizzano la produzione assumendo quasi sempre lavoratori del posto (lasciando a casa i vecchi dipendenti), ciò aumenta la disoccupazione, di conseguenza non ci si concede più la “spesa extra” – dato che molti non riescono nemmeno ad acquistare il necessario al fabbisogno quotidiano – ed ecco che per magia l’economia è ferma, bloccata.

Negozi, fabbriche, imprese chiudono. Il Paese sempre più inginocchiato! Ovviamente questo non è SOLO causa della delocalizzazione delle nostre imprese, ma in gran parte si ed è stato favorito dal continuo susseguirsi di governi instabili.

FIAT: stabilimenti aperti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina. Circa 20. 000 posti di lavoro persi, dai 49. 350 occupati nel 2000 si arriva ai 31. 200 del 2009 (fonte: L’Espresso).

DAINESE: due stabilimenti in Tunisia, circa 500 addetti; produzione quasi del tutto cessata in Italia, tranne qualche centinaio di capi.

GEOX: stabilimenti in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30. 000 lavoratori solo 2. 000 sono italiani.

BIALETTI: fabbrica in Cina; rimane il marchio dell’ “omino”, ma i lavoratori di Omegna perdono il lavoro.

OMSA: stabilimento in Serbia; cassa integrazione per 320 lavoratrici italiane.

ROSSIGNOL: stabilimento in Romania, dove insiste la gran parte della produzione; 108 esuberi a Montebelluna.

DUCATI ENERGIA: stabilimenti in India e Croazia.

BENETTON: stabilimenti in Croazia.

CALZEDONIA: stabilimenti in Bulgaria.

STEFANEL: stabilimenti in Croazia.

TELECOM ITALIA: call center in Albania, Tunisia, Romania, Turchia, per un totale di circa 600 lavoratori, mentre in Italia sono stati dichiarati negli ultimi tre anni oltre 9. 000 esuberi di personale.

WIND: call center in Romania e Albania tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori. H 3 G: call center in Albania, Romania e Tunisia tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 400 lavoratori impiegati.

VODAFONE: call center in Romania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori impiegati.

SKY ITALIA: call center in Albania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 250 lavoratori impiegati. Nell’ultimo anno sono stati circa 5. 000 i posti di lavoro perduti solamente nei call center che operano nel settore delle telecomunicazioni, tra licenziamenti e cassa integrazione.

Un elenco questo che si legge con la stessa tristezza con cui si legge un necrologio. Ed è in questo modo che gli Italiani tutti, stanno assistendo, se non vivendo a proprie spese, la chiusura di moltissime imprese e fabbriche, capostipiti e simbolo dell’Italia industriale.

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