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“La ferocia”: intervista a Nicola Lagioia

“La ferocia”: intervista a Nicola Lagioia

Lagioia intervistadi Teresa Manuzzi
“La ferocia”, l’ultimo libro di Nicola Lagioia edito per Einaudi, narra la vita pubblica e privata della famiglia di costruttori baresi:  i “Salvemini”. Famiglia composta dal capofamiglia, Vittorio, dalla moglie, Annamaria e dai 4 figli, di cui uno, Michele, nato da un rapporto extraconiugale del padre. Una delle due figlie di Vittorio Salvemini, Clara, viene trovata morta ai piedi di un autosilo, ma sin dall’inizio il lettore si renderà conto che la vera causa della morte della ragazza è un incidente stradale. L’autore, in particolare, approfondisce il rapporto che in passato ha unito Clara al fratello Michele. Il 25 marzo Nicola Lagioia, che vive stabilmente a Roma, ha fatto tappa a Modugno per presentare la sua ultima fatica letteraria che gli è costata 5 anni di lavoro, ma che è stata selezionata per il Premio Strega 2015. Noi de “Il Corriere delle Puglie”, abbiamo provato a porgli alcuni interrogativi per capire meglio “La ferocia”.

T.-Il titolo del libro suggerisce qualcosa di “bestiale”, la narrazione  infatti pare un “bestiario” all’interno del quale le “fiere” descritte sono le varie figure degli esseri umani. Ognuno è feroce a modo suo nei confronti di qualcun altro. Chi decide di “affrancarsi” da questa naturale bestialità è solo un eroe solitario?
N.- Nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino, dicevano che sarebbe cominciata l’ “Era dell’acquario”, un’era di prosperità e di pace. Nel 1991  però lo spettro della guerra è ripiombato sull’Europa e ci siamo trovati con la guerra in Jugoslavia. Quella del XXI secolo è una “ferocia legale” perché l’allargamento della forbice tra i ricchi e i poveri dimostra che le previsioni erano sbagliate, qualcosa è andato per il verso sbagliato. Il clima si è incarognito. La Ferocia, di cui parlo nel libro, è un ritorno allo stato di natura, è la “Legge della Giungla” che ci ripiomba addosso. Pensiamo sempre che non si presenti più, ma poi ci ripiomba addosso. Ho giocato con il nome stesso dei Salvemini, che storicamente è associato a Gaetano Salvemini un pilastro della tradizione democratica ed etica italiana. Io ho utilizzato lo stesso cognome per una famiglia di farabutti. I Salvemini sono dei “cozzali arricchiti” e il capofamiglia, Vittorio, è perseguitato dalla paura della miseria, quindi accumula il più possibile. Sono talmente voraci che non si rendono conto che se la comunità di un territorio ti ha arricchito devi anche pensare a ridistribuire la ricchezza accumulata.

T. –Emerge prepotentemente il rapporto, quasi ossessivo, che i due fratelli, Clara e Michele, vivono. In un certo momento della vita i due si riconoscono. Allo stesso modo il lettore si riconosce all’interno della società corrotta nella quale si muovono i personaggi. Michele e Clara sono le pecore nere, gli insani, gli errori di sistema, le anomalie.
N.- È impossibile, in Italia, parlare delle vita pubblica senza parlare di famiglia perché abbiamo ancora una visione del nucleo famigliare molto simile a quella di un clan. Il nostro mondo comincia e finisce una volta chiusa la porta di casa, allo stesso tempo è sempre nella famiglia che nascono dei malumori. Questo è endemico del nostro Paese. Persino il nostro mito fondativo parla di un dramma familiare. Mentre il Regno Unito fonda la sua esistenza sulla decapitazione dei re, in Italia tutto nasce dall’uccisione fratricida di Romolo e Remo. A volte, nelle famiglie nascono questi “figli sbagliati”. Michele e Clara sono dei figli sbagliati che decidono di mettersi contro la loro stessa famiglia. Michele è un bambino ipersensibile, non amato, e come tutti i bambini non amati è problematico. Ha bisogno di una chiave per accedere a sé stesso. Allo stesso tempo, come tutti i bambini problematici, è anche portatore di una verità che la famiglia non vede. Clara è l’unica che capisce questa cosa e decide di non lasciare  perdere e lo fa a fin di bene.

T.- Visti anche gli ultimi scandali che hanno portato all’attenzione della cronaca gli appalti delle Grandi Opere, l’Italia, almeno sotto il punto di vista della corruzione è unita. Più che di una “questione meridionale” possiamo parlare di una “questione di dignità”? La consapevolezza che a pagare sono solo gli sprovveduti o coloro che non possono permettersi gli avvocati migliori ha creato un callo e per questo motivo la comunità ha innalzato il proprio grado di sopportazione e così facendo ha abbassato la propria dignità? Un esempio perfetto è la descrizione di Taranto presente all’interno del libro. Perché non ci sentiamo più così tanto offesi dai poteri forti che barattano la nostra terra e la nostra salute per guadagni sempre più grandi?
N.- Il problema di noi Italiani è che crediamo che gli italiani sono sempre gli altri. Penso che è cambiato il nostro rapporto con la colpa, il rapporto che abbiamo con gli errori che commettiamo. Mentre i cattivi di Balzac erano cattivi coscienti di essere cattivi e potrebbero pentirsi o non pentirsi, oggi si vuole uscire puliti anche ai propri stessi occhi. Qui ritorniamo al concetto di famiglia. Siamo il Paese che vive la famiglia come un clan, ma che, allo stesso tempo percepisce tutto quello che c’è fuori dalla porta di casa come terreno di conquista. Ne è l’esempio l’incendio del Petruzzelli, per ricostruirlo ci sono voluti 10 anni perché la società civile non percepiva quel teatro come un valore e come un bisogno per la città. Se questi bisogni non sono espressi dalla società, dagli abitanti di un luogo, anche la politica non li considera prioritari.

T.– Francesco Rosi, all’interno de “Le mani sulla città scrisse «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce» è senza dubbio una frase che potrebbe chiudere anche “ La ferocia”. Grazie mille per la disponibilità, Nicola.

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