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Il capitalismo italiano cambia pelle: avanti gli investitori esteri

Avanzano gli investitori esteri nell'economia italiana

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Il capitalismo italiano cambia pelle: avanti gli investitori esteri
Daniele D'Amico

La finanza italiana cambia pelle, aprendosi lentamente, ma sempre di più, agli investitori esteri. Crescono l’importanza e il peso dei soci internazionali nelle maggiori società tricolori: la crisi finanziaria deflagrata nel 2008 ha innescato una trasformazione del sistema lenta e graduale, segnata da intoppi e resistenze, ma che per alcuni è irreversibile. Non è detto che sia così, anche perché l’aumento dell’esposizione all’azionario è legato alle politiche delle grandi banche centrali, ma il fenomeno è sempre più evidente. Parmalat, comprata dai francesi di Lactalis, Fca, che ha portato la sede sociale nei Paesi Bassi, e Pirelli, che si aggregherà con ChemChina, sono solo alcuni casi emblematici di una tendenza che percorre l’intera struttura del capitalismo italiano.

Scetticimo campanilitistico

Anche se “a molti, individui o popoli, può accadere di pensare che “ogni straniero è nemico”, la finanza italiana ha superato da tempo questaEconomia fase, più politica, ideologica  che finanziaria. Le maggiori società del Ftse Mib, che superano i 20 miliardi di euro di capitalizzazione, hanno visto aumentare in misura consistente il peso dei soci esteri nel capitale nell’ultimo anno. E’ un processo guidato dal mercato, grazie all’andamento del Ftse Mib, che ha registrato negli ultimi cinque mesi la miglior performance tra i principali benchmark europei, il 25% in euro e 14,7% in dollari (dati The Economist), insieme alla natura passiva della gestione di molti fondi di investimento.

Esempi di aziende a capitale estero:

La principale compagnia italiana, Eni, che vale circa 60 mld di euro, è da tempo in maggioranza detenuta da soci esteri: il 57,35% del capitale è in mano ad azionisti non italiani, contro il 41,71% di quelli nazionali (dati 2014). Un anno prima, gli italiani erano al 44,33% e gli esteri al 55,24%. Enel, che capitalizza 40,8 mld, è posseduta per circa il 50% da investitori istituzionali: di questi, il 12% sono italiani, mentre l’88% sono esteri, circa la metà dei quali americani e britannici. Prima della crisi finanziaria, nel 2005, la situazione nella società elettrica era ben diversa: gli investitori istituzionali contavano per il 28% del capitale; circa un quarto erano italiani, il resto stranieri (questi ultimi avevano dunque circa il 21%). Oggi i fondi esteri contano per il 44% del capitale, mentre il Mef è al 25,5%.

Anche le Generali, pur essendo ancora possedute in maggioranza (62,66%) da azionisti italiani, hanno visto aumentare il peso e l’importanza degli investitori esteri, specialmente dei fondi comuni di investimento. La partecipazione dei fondi non italiani all’assemblea di bilancio, un termometro del gradimento della compagnia sui mercati, è cresciuta costantemente negli ultimi anni, dal 9,2% (del capitale sociale) del 2012 al 12,2% del 2013, al 15,28% del 2014 e al 20,97% del 2015. BlackRock, la più grande società di gestione del mondo, è il terzo azionista con il 2,6%.

EconomiaAnche in Intesa SanPaolo, la prima banca italiana per capitalizzazione di Borsa, i fondi esteri quest’anno erano presenti in assemblea con il 38% del capitale sociale, in netto aumento rispetto al 31,5% dell’anno passato, quando già avevano superato le Fondazioni, il nocciolo duro dell’azionariato della banca. BlackRock è il secondo azionista con il 4,89%. Le Fondazioni hanno da tempo preso coscienza dell’evoluzione in atto: “Il nostro ruolo di azionista di lungo termine – ha detto Luca Remmert, presidente della Compagnia di San Paolo, primo socio della banca – non verrà meno, ma l’azionariato delle banche italiane, e di Intesa in particolare, si orienterà sempre più verso l’ampio mondo degli investitori istituzionali italiani ed esteri“. In Unicredit, gruppo bancario attivo non solo in Italia, ma anche in Germania, Austria e buona parte dell’Europa Centro Orientale, la dimensione internazionale fa parte del Dna della banca fin dall’acquisizione di Hvb nel 2005. Oggi la maggioranza del capitale, il 62,5%, è in mano ad azionisti esteri: i primi due soci sono Aabar (5%) e BlackRock (4,65%). Il controllo di Luxottica, che vale 28,7 mld di euro, è saldamente in mano alla Delfin, holding lussemburghese dell’imprenditore milanese Leonardo Del Vecchio. Tuttavia, circa la metà del flottante è nel portafoglio di fondi americani e inglesi.

La crisi, e l’afflusso di capitali stranieri, hanno intaccato e di conseguenza modificato i presidi del cosiddetto ‘capitalismo di relazione’, che in Italia ha avuto una forma precisa, quella dei patti di sindacato: quello di Rcs Mediagroup si è ormai sciolto. Resiste anche se con alcune crepe,un altro simbolo dell’epoca dei salotti, il patto di sindacato di Mediobanca, scrigno che custodisce la chiave delle Assicurazioni Generali, ma anche lì le cose sono cambiate, con uno snellimento della struttura del sindacato. Patto o non patto,Mediobanca ha avviato da tempo, sotto la guida del presidente Renato Pagliaro e dell’amministratore delegato Alberto Nagel, una trasformazione della banca d’affari di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi, molto concentrata in Italia, in una merchant bank europea, con filiali a Francoforte, Madrid, Parigi, Istanbul, Londra, Lussemburgo, Mosca, New York e Città del Messico.

SI ALLARGANO GLI ORIZZONTI

I due banchieri hanno anche allargato l’attività al retail, con CheBanca!, che l’anno prossimo arriverà al pareggio di bilancio e cheEconomia contribuisce alla raccolta del gruppo. Risale a due settimane fa quello che in fisica viene definito un ‘tipping point’ (il punto in cui un oggetto passa da uno stato di equilibrio ad un altro e diverso stato di equilibrio): durante l’ultima assemblea di Unicredit, la lista di maggioranza dei candidati a sedere nel consiglio di amministrazione ha ottenuto solo il 46% dei voti del capitale presente, mentre il 54% è andato alla lista di minoranza.

La cosa non ha avuto un forte impatto negli equilibri del board, poiché la lista di minoranza, che alla prova dei fatti si è rivelata maggioritaria, conteneva un solo nome, quello di Lucrezia Reichlin, ma la novità non va sottovalutata, perché solo tre anni fa la maggioranza aveva ottenuto il 62% dei voti, mentre ora è andata sotto.

Il motivo che ha costretto le società italiane a correre e a riformarsi, pena la sparizione, è tuttavia tutt’altro che lineare, anche per ragioni politiche. Sotto il governo guidato da Matteo Renzi, per esempio, sono state riformate le banche popolari per decreto, abolendo il voto capitario nei grandi istituti, ma contemporaneamente sono state introdotte le loyalty shares, il voto plurimo per gli azionisti di lungo corso, decisione tutt’altro che gradita agli investitori istituzionali, perché altera in corso d’opera le regole del gioco, cambiando la struttura del capitale votante.

Tuttavia, anche in questo caso ignorare il parere del mercato sta diventando sempre più difficile, almeno per le grandi società, dove gli investitori istituzionali contano sempre di più. Nelle Assicurazioni Generali alcuni importanti soci privati, in particolare De Agostini, Caltagirone e Benetton, si sono espressi a favore dell’introduzione del voto plurimo per gli azionisti di lungo corso. Tema che, ha dichiarato il presidente della compagnia Gabriele Galateri di Genola, andrà discusso in consiglio. Il management, per bocca del Cfo Alberto Minali, si è dichiarato “neutrale” sul tema, di competenza dei soci. Il Group Ceo Mario Greco ha evitato di parlare dell’argomento.

Ma da BlackRock, il più grande gestore del mondo che è il terzo azionista della compagnia triestina, è arrivato un chiaro segnale di stop: per un colosso che investe in 13mila società in tutto il mondo, ha detto il Country Manager per l’Italia Andrea Viganò, derogare dal principio un’azione-un voto rappresenterebbe un grosso problema, anche perché l’attività di threshold reporting (la comunicazione di superamento delle soglie rilevanti, ndr) è “già di per sé difficile” e si complicherebbe ancora di più se si dovesse calcolare per ogni azione la durata della presenza in portafoglio.

EconomiaAnche in Unicredit, banca europea il cui capitale è per il 62,5% in mano ad azionisti esteri (dato marzo 2014), la possibilità di introdurre il voto maggiorato è stata valutata, ma poi abbandonata. Quando ci sono proposte simili, ha spiegato l’ad Federico Ghizzoni, “in genere sentiamo gli azionisti, quelli industriali ma anche, sempre, quelli istituzionali”. Una volta sentiti i fondi, la proposta di adottare le loyalty shares non è stata portata in assemblea. Non è detto che l’accresciuta importanza degli investitori istituzionali sia in sé e per sé positiva. Anche perché, secondo non pochi osservatori, sarebbe opportuno che l’avviamento al capitale estero avvenisse in modo simmetrico in Europa: in questi casi, secondo alcuni, le asimmetrie possono comportare rischi non indifferenti. Tuttavia non necessariamente gli investitori istituzionali hanno una prospettiva di breve termine, anzi, a volte è vero il contrario.

Larry Fink, presidente e Ceo di BlackRock, ha scritto ai capi delle maggiori società americane, europee ed asiatiche sottolineando che “gli effetti dello shortermismo sono preoccupanti sia per coloro che cercano di risparmiare in vista di obiettivi di lungo periodo come la pensione sia per l’economia in generale” e deplorando l’immensa distribuzione di dividendi e gli acquisti di azioni proprie, tutte cose che possono andare a detrimento della creazione di valore nel lungo termine.

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Daniele D'Amico
@1danyda

Nato a Taranto il 25/04/1980, da sempre appassionato di Digital Journalism, Social Network e Digital Marketing. SEO Editor e Social Media Strategist. In costante formazione.

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