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La Cina “allunga le mani” sull’Italia vinicola, operazione possibile?

Cina e Italia si studiano, si annusano, in un vigile corteggiamento in cui ognuna cerca di individuare nell'altra i punti deboli.

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La Cina “allunga le mani” sull’Italia vinicola, operazione possibile?
Daniele D'Amico

Il progetto di uno château tutto italiano attira le attenzioni degli investitori orientali. Nella galassia cinese sono in pol position sia i grandi poli vinicoli, sia le medie aziende in zone di prestigio. Ma in quale forma si punta a fare business nel settore? Quali sono i risch

La multinazionali cinesi da grandi osservatrici quali sono, hanno puntato lo sguardo sull’Italia, quella vinicola (e non solo), li hanno messi da tempo. Saranno i programmi di promozione e di incoming che si susseguono, sarà l’occasione dell’Expo 2015, sarà il fascino non scalfito del made in Italy. Ci sono molti elementi che lasciano intendere che nel giro di pochi anni le cose non saranno più come prima.

Cina e Italia: nuove relazioni economiche

Due le forze in campo: da un lato, la voglia italiana di aprire varchi decisamente più ampi, rispetto a quelli attuali, in un mercato come quelloCina cinese, dipinto  fino a pochi anni fa – e in modo azzardato– come l’Eldorado; dall’altro, un interesse crescente dei cinesi verso i territori maggiormente rappresentativi dell’eccellenze nazionali. Mettiamo assieme alcuni tasselli: il dialogo (proficuo) in corso tra Pechino e Ue, che segue un protocollo d’intesa per favorire l’interscambio culturale firmato da Cada e Ceev (le rispettive associazioni degli esportatori) che potrebbe spingere verso la tutela e la protezione di 22 Ig del vino. Le recenti iniziative di alcune tra le maggiori regioni produttrici, come la Toscana, che ha firmato un accordo di collaborazione con l’associazione Cina-Italia di Shanghai per favorire gli scambi culturali e commerciali tra operatori toscani e cinesi (tra 300 mila e 500 mila i turisti attesi fino a ottobre); la Regione Veneto, che prosegue nel suo progetto Veneto-Cina con visite di buyer ad aziende agroalimentari, con particolare attenzione a quelle del Prosecco. Un mosaico sempre più lavorato, attraverso rapporti economici e politico-istituzionali, come il primo forum agroalimentare italo-cinese, le iniziative governative come il Business forum italo-cinese, a cui vanno aggiunti i piani promozionali dei maggiori consorzi come Italia del vino e Grandi marchi (con il secondo step del progetto triennale Italia in Cina). Tutto ciò sta contribuendo a rafforzare i legami. È certamente vero che questo mercato è oggi soltanto al quindicesimo posto tra le principali destinazioni del nostro export, ma l’Italia vinicola ci sta lavorando. E, allo stesso tempo, dall’altra parte del globo, c’è chi studia le modalità più adatte a inserirsi nel business a marchio made in Italy.

 

Cina: il mercato del vino

Dopo una crescita media tra 17% e 23% tra 2009-2013, per il mercato cinese del vino si prevede una crescita media annua del 17% fino al 2018. Un recente ricerca  dell’Italian trade agency (ex Ice) sottolinea come questo Paese sia ancora in una fase iniziale, considerando che il vino rappresenta il 4% di tutti gli alcolici consumati. Tre i big player domestici: Changyu, Greatwall e Dynasty con il 50% del mercato. La Francia domina l’import di vino cinese, seguita da Australia e Cile. L’Italia è quinta. Bene il primo trimestre 2015 con +21% a valore e +17,6% a volume.

Ma qual è l’identikit ideale per un eventuale acquirente?

Premessa: è noto che l’Italia del vino non si caratterizzi per grandi concentrazioni, come accade in altri Paesi produttori (si pensi a Distell Group in Sudafrica, Treasury Wine Estates in Australia, Concha y Toro in Cile, Vranken-Pommery in Francia, o alla stessa Yantai Changyu in Cina), ma per un’accentuata frammentazione del tessuto imprenditoriale. L’Italia ha circa 380 mila aziende vinicole, in gran parte di tipo familiare.

CinaL’azienda agricola Liedholm a Cuccaro Monferrato (12 ettari, 90 mila bottiglie) potrebbe passare a un gruppo di imprenditori cinesi. Villa Boemia, che produce Barbera e Grignolino, acquistata nel 1973 da Nils Liedholm (calciatore svedese e allenatore di Milan, Roma e Fiorentina), ora è guidata dal figlio Carlo che, secondo indiscrezioni, avrebbe raggiunto già un’intesa di massima con gli acquirenti, di cui farebbero parte anche italiani. L’obiettivo è ampliare la produzione e puntare al mercato orientale. I primi 50 brand italiani rappresentano circa l’82% del fatturato totale del vino. Tra questi anche società che sono diventate, e si stanno affermando, come poli di aggregazione del settore, attraverso campagne di acquisizioni di marchi in tutto lo stivale, che sono in corso. Per citarne alcuni, a titolo d’esempio: Tenute Lunelli, Bertani Domains, Farnese vini, Iverna Holdings (tutte, tra l’altro, in fase di sviluppo). Ed è proprio su gruppi di questa struttura e tipologia che potrebbe cadere l’occhio di investitori di nazionalità cinese.

Anche le aziende italiane si guardano intorno

Non solo Cina, infatti anche i leader del vino italiano si stanno muovendo per trovare nuovi spazi e nuovi marchi. Tra coloro che hanno annunciato a più riprese l’intenzione di espandere i propri affari meritano una citazione il gruppo Italian wine brands (quotato da febbraio 2015 all’Aim di Piazza Affari) che con il suo vice Simone Strocchi ha dichiarato di voler acquisire un marchio da 50 milioni entro l’anno, per salire ai 200 milioni di euro di fatturato.

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Daniele D'Amico
@1danyda

Nato a Taranto il 25/04/1980, da sempre appassionato di Digital Journalism, Social Network e Digital Marketing. SEO Editor e Social Media Strategist. In costante formazione.

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