Arte, cultura e spettacolo

L’incubo nazionale è finito: Letterman va in pensione

L’incubo nazionale è finito: Letterman va in pensione
Federica Bartoli

di Federica Bartoli
“La fine di un’era”. Non c’è altro modo per definire l’evento se non attraverso le parole del pubblico americano. E non c’è personalità di maggior rilievo di quella del presidente degli Stati Uniti in persona che possa farsi portavoce di un annuncio così importante.
In realtà i presidenti sono ben quattro i quali, con ironia e abbracciando per un attimo quell’umorismo dalle tinte satiriche del quale essi stessi sono stati schiavi durante i loro mandati, si alternano in video rassicurando i cittadini e la nazione e assicurando loro che “l’incubo nazionale” è oramai finito. E mentre Bush Senior e Junior insieme con Bill Clinton riducono a mera parodia il discorso di insediamento alla Casa Bianca di Gerald Ford dopo lo scandalo Watergate, spetta a Barack Obama la definitiva ufficializzazione dell’imminente ritiro dalle scene del comico, autore e presentatore televisivo David Letterman.
Con un laconico “Letterman is retiring”, Obama conferma quanto già preannunciato nell’aprile del 2014: dopo trentatre anni di televisione, di costante presenza nella vita e nelle case della stragrande maggioranza della popolazione statunitense (e non solo), il sessantottenne figlio del midwest ha deciso di concludere la sua carriera lasciando la conduzione del suo David Letterman Show, dopo aver collezionato oltre sei mila puntate ed innumerevoli interviste di rilievo.

Ma non è possibile parlare dello show o riferirsi ad esso come se si trattasse di un semplice programma televisivo andato in onda per anni, di un fortunato format importato dai network di mezzo mondo, di un talk show talmente accattivante da essere riproposto, sottotitolato, in svariati angoli del globo. Si parla di familiarità, di presenza, di vicinanza, di quella rassicurante certezza che porta lo spettatore a sintonizzarsi, alle 23:30 (east coast time) sulla CBS, con la speranza di trovarci quel brillante signore di mezza età, ironico, sarcastico, divertente, acuto. Uno di famiglia.
Oltre trent’anni di costante presenza sui teleschermi di quanti lo hanno da sempre preferito a Jay Leno hanno contribuito a consolidare una credibilità che prescinde dalla professione di anchorman e travalica i limiti imposti dal tubo catodico: un’attendibilità tale da conquistare l’affetto nonché la stima degli americani che, dopo una lunga ed estenuante giornata di lavoro, dopo la forza distruttrice di un uragano devastante o dopo un sanguinario e tragico attacco terroristico, aspettano di essere consolati, confortati e nuovamente trasportati nel rassicurante scorrere della normalità e della consuetudine. Letterman era sempre presente, dopo l’undici settembre, dopo Katrina, con la sua scrivania, la sua tazza, l’inseparabile Paul Shaffer e la CBS Orchestra e la corposa schiera di ospiti internazionali, stelle del cinema e della musica, presidenti e ministri, celebrità emergenti per le quali quel salotto rappresentava una consacrazione.

Ogni volta con l’immancabile ironia pungente e sottile di chi è nato dalla stand-up comedy ed ha calcato le scene dei localetti notturni, magari alternando il proprio monologo a quello di un certo Robin Williams, o succedendo in scaletta a un tale Richard Pryor.
Per un ventottenne dell’Indiana, laureatosi nel 1969 alla Ball State University nel Dipartimento di Radio e Televisione, Los Angeles rappresentava la possibilità di sfondare e di dimostrare finalmente che quella “capacità di parlare così bene in pubblico” avrebbe potuto portarlo molto lontano.
Perché essere notati da Johnny Carson, pilastro della televisione americana, ideatore di un monumento dell’intrattenimento quale tutt’ora risulta essere il The Tonight Show, maestro e mentore per chiunque avesse avuto in animo di affacciarsi al panorama comico in auge sul piccolo schermo, voleva dire avercela (quasi) fatta.
La NBC affidò a Letterman uno show tutto suo nel 1980, il The David Letterman Show, apprezzato dalla critica ed insignito di due Emmy Awards, ma scarsamente seguito dal pubblico, quindi cancellato di lì a breve.

Nel 1982, il comico tornò a condurre il Late Night With David Letterman, a notte inoltrata, subito dopo il Tonight Show: il successo questa volta non si fece attendere ed il profondo consenso di critica e pubblico lasciò quasi sottintendere che l’eredità di Carson fosse già in ottime mani.
Ma quando, nel 1992, Carson decise di ritirarsi in pensione, la NBC sconvolse le aspettative di mezza America, affidando la conduzione del programma a Jay Leno, ipotizzando migliori risultati in termini di ascolti.
Un affronto troppo grande per restare: Letterman abbandonò, e con lui Paul Shaffer, la band al completo e gli autori, tutti pronti per trasferirsi, armi e bagagli, presso la CBS, dove un contratto milionario sancì il preludio ad un dominio televisivo quasi imperiale, la nascita di una vera e propria istituzione televisiva, il David Letterman Show, nella stessa fascia oraria del rivale della NBC.
Ovviando a problematiche di natura legale circa una presunta “proprietà intellettuale” del materiale comico di cui Letterman disponeva lavorando per la NBC, il comico rinominò i suoi sketch e le sue gag, trasportandole nel nuovo network, rendendo così la Top 10 List, lo Stupid Pet Tricks e lo Stupid Human Tricks veri elementi di culto.

Senza contare la gradevolezza delle interviste, capisaldi dell’intero disegno dello show, alcune delle quali sono rimaste ben salde nell’immaginario di una intera nazione (dalle effusioni scambiate con Julia Roberts, allo spogliarello di Drew Berrymore, alle risate con Obama).
Nonostante la poco compresa presentazione della cerimonia degli Oscar nel 1995 che causò un calo di consensi, lo show di David Letterman ha rappresentato un pezzo fondamentale della storia della televisione americana, non solo una trasmissione, ma uno squarcio di vita, di realtà e verità: e probabilmente tra i momenti più autentici non è possibile non annoverare la prima puntata dopo la strage del World Trade Center (“It’s terribly sad here in New York City”); il ritorno dopo un delicato intervento cardiaco (“Sono tornato! Ho subito un quintuplo bypass al cuore e un nuovo taglio di capelli”), l’ammissione pubblica della propria infedeltà coniugale, resa necessaria al fine di vanificare il ricatto subito da un giornalista che contava di scrivere un libro e girare un documentario sulle tresche di Letterman.
La fine dell’avventura è stata annunciata nel 2014 ed il 20 maggio scorso Letterman ha augurato per l’ultima volta la buonanotte al suo pubblico (“Questo vuol dire che Paul ed io potremo finalmente sposarci”): non è stato semplice seguire le orme di Carson rimanendo Letterman, così come non sarà semplice il passaggio di testimone: ma lo spettacolo deve continuare e l’otto settembre il comando passerà a Stephen Colbert. Non proprio uno sprovveduto, considerato che il Time lo ha più volte inserito tra le cento personalità più influenti al mondo.

Conduttore del Colbert Report, un telegiornale satirico nel quale venivano commentate in chiave ironica le notizie più importanti, trasmesso per nove anni e seguito da una buona fetta di pubblico, il conduttore e autore comico ha firmato per cinque stagioni, prendendo il posto non solo di Letterman, ma di tutto il suo entourage che con lui ha lasciato lo scorso maggio.
Bisogna quindi ripartire da zero, riformulare la comicità accattivante del precedente schema, aprire al nuovo in questo caso rappresentato dai media e dai social network ai quali lo schivo conduttore non aveva mai prestato grande attenzione.
Ma dagli stessi social è emersa la nostalgia che già suscita questo addio perché non vedere più “Dave”, divertente, ma “not so loud” per essere un americano lascia un non so che di malinconico ed un amaro in bocca al quale bisognerà abituarsi. “Thank you Dave for 33 great years”.

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