Cronaca nazionale

Omicidi di camorra, Giancarlo Siani. Per non dimenticare

Il 23 Settembre di 30 anni fa il giornalista fu ucciso per aver denunciato con le sue inchieste i clan napoletani

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Omicidi di camorra, Giancarlo Siani. Per non dimenticare
Vincenzo Demichele

di Vincenzo Demichele
“Di noi due, insieme, conservo l’immagine di una giornata a Roma, a una marcia per la pace. Io col gesso che gli dipingo in faccia il simbolo anarchico della libertà. E lui che mi sorride”. Così lo ricorda Paolo, il fratello, unico rimasto in vita della famiglia Siani. La storia che è doveroso raccontare oggi è quella che ci porta negli angoli più bui del nostro Paese, fatto, nei suoi luoghi dimenticati dallo Stato, di connivenze politico-mafiose che non conoscono ostacoli. La denuncia di questo male che sembra inestirpabile per quei territori costò caro ad un giovane giornalista. Aveva 26 anni quando fu eliminato. Un agguato di camorra. Esattamente 30 anni fa, il 23 Settembre 1985.

Quel giorno, verso sera, Giancarlo Siani stava rientrando a casa a bordo della sua Citroën Méhari, ormai divenuta un vero e proprio simbolo della lotta alla mafia. Improvvisamente, mentre era seduto ancora in auto, fu raggiunto da una squadra di almeno due assassini che gli spararono 10 volte in testa con due pistole Beretta 7.65mm. Era la giusta punizione per una persona che aveva pensato troppo con la propria testa. La giusta punizione per chi non si era piegato neppure alla logica dell’omertà, nutrimento vitale per ogni tipo di associazione a delinquere. Giancarlo Siani stava infatti conducendo in quei giorni un’inchiesta con cui aveva scoperto che il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, esponenti della “Nuova Famiglia”, volevano spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo e prepotente. La pubblicazione dell’articolo suscitò le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei e di Cosa Nostra (di cui erano gli unici componenti non siciliani), facevano la figura degli “infami”, ossia di coloro che, contrariamente al codice degli uomini d’onore della mafia, intrattenevano rapporti con le forze di polizia.

Giancarlo Siani era andato troppo in là. Aveva toccato con mano il cuore delle vicende camorristiche. Andava eliminato. Subito. E come avviene, purtroppo, per la maggior parte delle storie di mafia, il piano ordito dai mandanti per ucciderlo andò a segno. Vennero poi i processi. Il boss Valentino Gionta, condannato all’ergastolo  nei primi due gradi di giudizio, fu poi scagionato in Cassazione, perchè non ritenuto mandante dell’omicidio. Furono condannati invece all’ergastolo Ciro Cappuccio e Armando Del Core, ritenuti gli esecutori materiali, mentre i fratelli Lorenzo e Angelo Nuvoletta, e Luigi Baccante come mandanti dell’omicidio.

A distanza di 30 anni è opportuno e doveroso onorare la memoria di uno dei tanti eroi dello Stato, affinchè le loro vicende e le loro storie non siano più l’eccezione ma la regola in un Paese ormai indifferente e rassegnato. Per non dimenticare.

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