Economia e Diritto

Carne lavorata o TTIP: cosa temere di più?

Carne lavorata o TTIP: cosa temere di più?

organizzazionemondialesanitadi Ricky Violante
L’Organizzazione mondiale della Sanità oggi ci dà la certezza che le carni lavorate rendono più probabile la comparsa di forme non precisate di cancro. La preoccupazione e la diffidenza verso la carne crescono in maniera mai vista prima, anche perché, in questi mesi, ci sono le trattative tra Bruxelles e Washington per il “pauroso” TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti). Occorre, tuttavia, mettere in ordine tutte le forze in gioco.

Innanzitutto è necessario sapere quanto la carne sia inserita ed incida nell’industria italiana e mondiale: in media un italiano in un anno consuma 80 chili di carne, mentre ogni statunitense ne consuma 125. Nel mondo ogni anno, solo per l’industria alimentare, vengono uccisi 65 miliardi di animali e la produzione, da 50 anni fa ad oggi, è quintuplicata. Negli Stati Uniti solo nel 2009 sono stati venduti 8.400 maiali (agli inizi degli anni ’90 la stima media era di poco meno di 1.000 all’anno). Ma un dato agghiacciante, che fa comprendere l’imponenza dell’industria animale, è che l’allevamento di carne è responsabile del 14,5% delle emissione di gas a effetto serra: ha più effetti del settore dei trasporti. Solo questo basterebbe ad allarmare, per ragioni ambientali ed economiche, ancor prima che di consumo.

Ma , come detto, a preoccupare la massa, c’è anche l’incalzare del “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (TTIP) e anch’esso necessita di chiarimenti. Perché la gente ha paura del TTIP? Il TTIP è un accordo commerciale di libero scambio, ancora in trattativa, tra Unione Europea e Stati Uniti d’America. L’UE ha diffuso un unico documento in cui viene dichiarato l’obiettivo dell’accordo:  “ aumentare gli scambi e gli investimenti tra UE e gli Stati Uniti, realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche, nuovi posti di lavoro e di crescita, mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa, e ponendo le basi per le norme globali”. L’opinione pubblica teme l’accordo principalmente per la diversità delle normative tra Europa e Stati Uniti: se in Europa vige il “principio di precauzione” (nel trattamento dei prodotti si possono utilizzare solo materiali e procedimenti dalla innocuità scientificamente dimostrata), negli USA vale il “principio di aftercase” (si può lanciare sul mercato un prodotto che non è un pericolo scientificamente dimostrato e, se dovessero esserci conseguenze, il produttore pagherà i danni). Emblematico è l’esempio dei “polli al cloro”: negli Stati Uniti è in uso lavare i polli con il cloro, prima di confezionarli; ben presto, grazie all’accordo, potremmo trovare sui banconi del nostro market di fiducia anche polli “al cloro”.

Tra la rivelazione dell’Organizzazione mondiale della Sanità e le conseguenze che il TTIP potrà portare, la carne (soprattutto quella lavorata) è nella bufera. Come dovrebbe reagire l’uomo, il cittadino, il consumatore impaurito? Astenersi da carne lavorata o andare avanti per la propria strada? La verità sta nel mezzo: qualche settimana  fa il The Guardian ha pubblicato un articolo sulla vicenda, in cui sminuisce parzialmente l’allarmismo dovuto al fenomeno: “Sostenere che il bacon provoca il cancro come i combustibili fossili provocano il riscaldamento globale è una forzatura. Consumare carne non è una condizione necessaria né sufficiente per ammalarsi di cancro al colon. Alcune persone possono mangiarne e morire per altre cause. Altre possono sviluppare il cancro al colon senza aver mai toccato un pezzo di carne […] mangiare carne lavorata è molto meno pericoloso che fumare e bere alcol […] sarebbe stupido smettere di mangiare salsicce per paura del cancro […] la cosa più saggia, come sempre, è mangiare con moderazione, fare esercizio e godersi i piaceri della vita”.

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