Arte, cultura e spettacolo

L’ Isis e l’iconoclastia: l’attacco all’arte da Mosul a Palmira.

L’ Isis e l’iconoclastia: l’attacco all’arte da Mosul a Palmira.
Federica Bartoli

isisdi Federica Bartoli
Le radici del concetto di iconoclastia risalgono all’VIII secolo dopo Cristo, quando l’eccessiva venerazione di immagini sacre iniziò ad essere considerata pericolosa poiché accostata all’idolatria. Ne conseguì un’azione distruttrice, appunto, rivolta ad oggetti di culto al fine di scongiurare il presunto pericolo che essi rappresentavano nei confronti della comunità religiosa fino a quando, nel 787 d. C., il concilio di Nicea sancì la legittimità delle venerazioni delle immagini.

Il temine, che storicamente va inserito nell’ambito del periodo bizantino, è stato più volte utilizzato, alla luce degli eventi contemporanei, per descrivere gli atti di distruzione perpetrati dal gruppo Stato Islamico ai danni del patrimonio storico e culturale custodito nei territori conquistati.
Gli uomini del Califfato (che è stato istituito da Abu Bakr Al Baghdadi nel giugno dello scorso anno), hanno assediato e distrutto numerosi monumenti storici e costruzioni di imponente rilevanza archeologica partendo dalla moschea di Giona, passando per la tomba di Seth, le mura di Ninive, fino alla conquista dell’antica città di Palmira, deturpata per sempre dopo la demolizione dei millenari templi di Baalshamin e di Bel.
Quali sono i presupposti che sostengono le azioni cosiddette iconoclaste del movimento estremista?
La motivazione religiosa, usata e abusata dai fondamentalisti, spinge questi ultimi ad una vera e propria azione quasi purificatrice, il cui scopo è quello di ripristinare lo splendore portato dal profeta di Allah, da Maometto e dalla sua predicazione, splendore contrapposto al precedente periodo di ignoranza in cui l’umanità riversava.
A tale periodo, in arabo “Jahiliyya”, risalgono le opere millenarie testimonianze della cultura mesopotamica, assira, babilonese che, precedenti alla “verità rivelata”, non sono degne di esistere.

La cultura di un popolo ne costituisce la storia, le radici, le origini: L’Isis intende distruggere tutto quanto possa rappresentare un elemento di identificazione per le civiltà sottomesse in modo da imporre il proprio predominio in quanto Califfato, conquistatore di Province che entrano a far parte del territorio del nuovo Stato.
E istituire ex novo uno Stato, sostenere le spese legate alle azioni militari e all’organizzazione degli attacchi terroristici nonché all’addestramento dei sempre più numerosi adepti che si aggregano alle fila dei jihadisti, insomma la pianificazione dell’intero programma politico richiede un’ingente quantità di fondi che derivano dalle più disparate attività.
Oltre al controllo e allo sfruttamento delle risorse energetiche conquistate, alle tasse imposte sulle popolazioni assoggettate, alle razzie sui diversi territori occupati, una cospicua fonte di guadagno deriva proprio da quegli importanti reperti archeologici tanto demonizzati dal punto di vista storico-religioso, ma assai remunerativi nonché ambiti dai collezionisti di tutto il mondo. Gli introiti milionari consentono di sostenere i costi della formazione del nuovo Stato e delle ondate di violenza che sembrano non avere mai fine.

La conquista di Palmira, assediata e occupata dall’Isis lo scorso maggio, rappresenta forse il culmine dell’intento iconoclasta che sovrintende le azioni dei fondamentalisti: si tratta di uno dei centri archeologici più significativi della cultura mediorientale, ma non solo, considerando i rapporti politico commerciali instaurati con l’Occidente e l’Impero Romano, dal quale poi la regina Zenobia decise di distaccarsi per instaurare un regno indipendente. Il sito, così come tantissimi altri sparsi tra la Siria e l’Iraq, è patrimonio Unesco dal 1980 e la sua distruzione è stata considerata crimine di guerra.
Khaled Asaad, ex studioso e responsabile delle antichità di Palmira, rappresenta probabilmente il simbolo dell’efferata azione jihadista contro il patrimonio storico-culturale: l’ottantaduenne archeologo era stato fatto prigioniero dagli uomini del Califfato e sottoposto a circa quattro settimane di interrogatorio al fine di estorcergli l’identità del luogo in cui aveva messo in salvo numerosi ed importanti manufatti dal valore inestimabile. La sua esecuzione pubblica risale al 18 agosto scorso, quando l’uomo è stato barbaramente decapitato ed il suo cadavere appeso ed esposto. “Mr. Palmira”, così era soprannominato, fu direttore del sito archeologico dal 1963 al 2003, nonché autore di numerosi studi e pubblicazioni: il suo legame con le zone storiche assediate era talmente profondo da spingerlo a non abbandonarle anche rischiando la propria incolumità.

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