Cronaca estera

Caso Regeni, quando i soldi sono più importanti della vita di un connazionale

Gli strettissimi interessi economico-commerciali del nostro paese con l'Egitto faranno cadere le indagini in un nulla di fatto

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Caso Regeni, quando i soldi sono più importanti della vita di un connazionale
Vincenzo Demichele

Mentre il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha riferito oggi al Senato in merito alla vicenda di Giulio Regeni, il giovane ricercatore scomparso al Cairo il 25 gennaio e trovato morto il 3 febbraio, permangono ancora numerose zone d’ombra. Di fronte alle molteplici versioni, conferme e smentite della controparte egiziana, che promette piena “collaborazione” per far luce sulla sorte del giovane italiano, i politici del Bel Paese sembrano essere tornati (almeno a parole) alla  carica: il titolare degli Esteri ha infatti  affermato che “se un cambio di marcia non ci sarà il governo è pronto a reagire adottando misure appropriate e proporzionate di cui il Parlamento sarà informato”. Quanto saranno vigorose (se ci saranno) queste contromisure è tutto da vedere, vista la consueta gracile postura che ha da sempre caratterizzato l’Italia nell’agone diplomatico internazionale. Minacce che, tra l’altro, arrivano dopo due mesi dalla scoperta del corpo.

Dubbi che vengono ulteriormente confermati dai fortissimi interessi economici che il nostro Paese intrattiene con l’Egitto. Oltre ad essere stati i primi in Europa a ricevere Al Sisi dopo la presa del potere nel luglio 2013,  per l’Italia il paese nordafricano rappresenta un’autentica miniera d’oro: secondo quanto riportato da Internazionale, ” l’Eni è presente in Egitto con investimenti per quasi 14 miliardi di dollari; estrae gas dal giacimento di Nooros, nel delta del Nilo, e petrolio nel deserto occidentale. Soprattutto, la scorsa estate l’Eni ha annunciato la scoperta di un nuovo giacimento offshore, in una zona di sua concessione nelle acque egiziane del Mediterraneo: chiamato Zhor, ha riserve stimate a 850 miliardi di metri cubi di gas, abbastanza da trasformare lo scenario energetico del paese. Le perforazioni sono cominciate questo gennaio, la produzione comincerà tra il 2018 e il 2019, il picco della produzione è atteso nel 2024. L’Eni sta discutendo con Israele e Cipro per creare un “hub del Mediterraneo orientale” . Al tutto si aggiungono poi “circa 130 aziende italiane che operano in Egitto. C’è Edison (con investimenti per due miliardi) e Banca Intesa San Paolo, che nel 2006 ha comprato Bank of Alexandria per 1,6 miliardi di dollari. Poi Italcementi, Pirelli, Italgen, Danieli Techint, Gruppo Caltagirone, e molti altri. Imprese di servizi, impiantistica, trasporti e logistica. E naturalmente il turismo (Alpitour, Valtour)”.

Le indagini potranno dunque portare da qualche parte solamente se ci sarà una forte pressione politica e, soprattutto, una significativa volontà economica da parte dell’Italia. Ma, visti i tempi, sarà difficile che i soldi passeranno in secondo piano rispetto alla vita di un giovane connazionale.

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