Politica nazionale

Referendum trivellazioni 17 aprile, il sì per iniziare a cambiare il futuro dell’energia

Un atto democratico e lungimirante contro l'egoismo e l'irresponsabilità del no e degli astensionisti

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Referendum trivellazioni 17 aprile, il sì per iniziare a cambiare il futuro dell’energia
Vincenzo Demichele

Giorni fa sul New York Times è apparso l’ennesimo articolo contenente i devastanti effetti che, nel breve periodo, potrebbero essere causati dal riscaldamento globale: lo scioglimento completo della parte occidentale dell’Antartide, che comporterebbe un innalzamento del livello del mare di 12 piedi o più, equivalenti a circa 3 metri e mezzo, aggiunti al volume d’acqua proveniente da altre calotte di ghiaccio; il tutto non più nel lungo periodo di un centinaio o migliaio di anni, come previsto dai modelli precenti, più grossolani, bensì nel breve-medio periodo di alcuni decenni. Questa è solamente una delle innumerevoli ricerche che affollano la letteratura scientifica (senza menzionare quelle che ritraggono gli scenari più apocalittici, come carestie e  migrazioni di massa) a riprova del fatto che il modello energetico mondiale, alla lunga insostenibile, va immediatamente riformato, per alleviare gli effetti dannosi che le attività produttive umane stanno scaricando sull’ambiente. Ma cosa c’entra tutto ciò con il referendum del 17 aprile che si terrà in Italia?

C’entra, eccome. Perchè dall’esito referendario verrà fuori se, almeno qui in Italia, vogliamo continuare a procrastinare un problema che è ormai improcrastinabile. Innanzitutto, alla consultazione popolare del 17 aprile si voterà su un quesito specifico, piuttosto tecnico. In pratica si voterà sulla possibilità che si continui a trivellare sulle piattaforme entro le 12 miglia marine dalla costa fino alla durata utile del giacimento. Da un punto di vista burocratico infatti, le normative vigenti hanno accordato delle autorizzazioni a trivellare che hanno una durata di 30 anni, estendibili per 10 anni una volta scadute. Con il provvedimento inserito nella legge di stabilità dal governo Renzi, su cui andrebbe ad intervenire il referendum, si apre la possibilità a che queste autorizzazioni siano concesse fino alla durata utile dello sfruttamento del giacimento, cioè ad infinitum. Votando si al referendum, si impedisce quest’ultima proroga delle autorizzazioni. Una volta scadute, non potranno essere rinnovate. Dunque il quesito non interessa le piattaforme oltre il limite delle 12 miglia marine nè quelle sulla terraferma. Complessivamente gli impianti interessati sono 21, di cui tre in Puglia.

 Votando si quindi non cesseranno immediatamente tutte le attività delle piattaforme presenti in Italia. Ma sarà un inizio. Il fronte del no e degli astensionisti ribadisce come questo comporterebbe una perdita di posti di lavoro, motivo per cui troviamo la Cgil contraria al si. Ma come avvenuto per ogni epoca storica, per ogni transizione da un modello produttivo ad un altro, il mercato del lavoro è il primo ad essere investito da cambiamenti ed è fisiologico che certe professioni prima o poi svaniscano. O alla scadenza dei 40/45 di autorizzazioni di sfruttamento dei giacimenti, o sino all’ultimo impiegato che lavorerà nel settore estrattivo, proprio perchè si parla di combustibili fossili destinati ad esauririsi, quei posti di lavoro andranno comunque persi. Addurre il motivo della perdita dei posti di lavoro è solamento un mero pretesto che serve a rimandare il problema alle generazioni future, che tra l’altro dovranno già fronteggiare le conseguenze del nostro modello energetico (riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacci, innalzamento del livello del mare, sparizione delle più grandi città costiere). Non si tratta di essere “ottimisti e razionali”, nome del fronte che parteggia per il no (quindi a favore delle trivelle), ma semplicemente un po’ meno egoisti e più lungimiranti.

 Un altro punto su cui si concentrano gli strenui difensori del no e dell’astensione è quello del gas. Nel senso che, a differenza di quello che le associazioni ambientaliste e i NoTriv vorrebbero far credere, la maggior parte degli impianti si occupa di estrazione di gas, meno inquinante, e non di petrolio. Cosa verissima, per carità. Il punto è che, al momento, come riporta Repubblica, “secondo i calcoli di Legambiente, elaborati su dati del ministero dello Sviluppo economico, le piattaforme soggette a referendum coprono meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas. Se le riserve marine di petrolio venissero usate per coprire l’intero fabbisogno nazionale, durerebbero meno di due mesi”. Quelle di gas, invece, durerebbero solo sei mesi. Ancora una volta, si tratta di rimandare nel tempo un problema che possiamo inziare a risolvere già da questo momento.

Che dire invece del costo e della fattibilità del referendum? I sostenitori del no ritengono che la questione sia troppo complessa per essere sottoposta a quesito referendario e che comporta un costo inutile per le casse dello stato. Tuttavia, la complessità della quesito è un fatto relativo e dipende anche dalla qualità e quantità dell’informazione nel nostro Paese: secondo un sondaggio condotto da Demopolis, solo un elettore su quattro dice di essere informato sul referendum del 17 aprile; colpa dell’informazione, soprattutto televisiva, che non ha dato spazio ad un dibattito che si è consumato principalmente sul web e sui social. Anche la presunta “complessità” del referendum non regge: se è complesso un referendum sulle trivellazioni, che cosa avrebbero detto invece gli italiani che furono chiamati ad esprimersi su due forme politico-istituzionali completamente differenti come la monarchia e la repubblica?

Il referendum viene definito, oltre che inutile, anche costoso: per esso si spenderanno 300 milioni di euro, punto su cui ha insistito lo stesso Renzi, che è a favore dell’astensione. Si tratta di un autentico cortocircuito logico, in quanto è lo stesso governo ad aver impedito l’election day, cioè la possibilità di accorpare amministrative e referendum, che avrebbe fatto risparmiare quei 300 milioni. Evidentemente il governo temeva che votando tutto nello stesso giorno si potesse raggiungere più facilmente il quorum. Infatti, perchè il referendum sia valido, è necessario che voti la metà degli aventi diritto più uno.

Alla conferenza sul clima tenutasi a Parigi qualche mese fa, l’Uruguay ha presentato dei risultati straordinari in termini di politiche energetiche. Come riportato dal Guardian, in meno di 10 anni lo stato sudamericano ha abbattuto la proprio impronta ecologica legata al carbone e allo stesso tempo ha abbassato il costo dell’energia, senza sussidi governativi. Oggi il 95% dell’energia è ricavata da energia pulita. Pur con le dovute differenze, è evidente che ci sono paesi in cui si stanno compiendo degli sforzi maggiori per poter sventare la minaccia delle catastrofiche conseguenze del riscaldamento globale. Votare sì al referendum del 17 è un significativo seppur piccolissimo contributo che possiamo dare in questo senso.

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