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World Press Photo: “la più importante mostra di fotogiornalismo del mondo”, a Bari, ma i giornalisti non sono graditi ospiti.

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World Press Photo: “la più importante mostra di fotogiornalismo del mondo”, a Bari, ma i giornalisti non sono graditi ospiti.
Redazione

World Press Photo Bari – Quella che stiamo per raccontarvi con quest’articolo è un’ordinaria storia di degrado socio culturale, una delle tante in cui oggigiorno non è difficile imbattersi nel Comune di Bari.

Una storia fatta di incomprensioni, di scorrettezze e di furbizie, ma soprattutto di ignoranza, perchè è proprio un principio fondamentale alla base di una società civile, ciò che di fatto è stato barbaramente ignorato.

Ma veniamo al fatto. Il giorno 2 Ottobre 2016, presso la sala Murat in Piazza del Ferrarese a Bari, un membro della Redazione del corrieredellepuglie.com, regolarmente iscritto all’ordine dei giornalisti, si recava in compagnia di un turista di nazionalià britannica e di una cittadina barese presso la mostra itinerante “World Press Photo“.

Completamente all’ oscuro del fatto che la mostra fosse a pagamento (visto che spesso la sala Murat, essendo uno spazio comunale, propone eventi aperti al pubblico), trovatosi di fronte a un “cartello” scritto a penna su un foglio bianco formato A4 con la dicitura “3,00 €” che dall’entrata non si vedeva neppure, in quanto nascosto da una piccola fila a “L”, esibiva la tessera di appartenenza all’Ordine dei Giornalisti per usufruire dell’accesso gratuito stabilito dalla lettera f) dell’art.101 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42 (decreto che stabilisce presso quali beni i giornalisti italiani ed esteri abbiano diritto di accesso gratuito).

Orbene, la quota di accesso alla suddetta mostra veniva quindi stabilita dalla stessa Associazione Culturale “C.I.ME.” organizzatrice dell’evento, nel prezzo simbolico di 3 euro (anche questa circostanza da approfondire, se consideriamo che verrebbe da chiederci innanzitutto:  “a che titolo è equiparabile una erogazione liberale per un’Associazione ad un biglietto di accesso ad una mostra stabilito ed imposto dall’affittuario di turno dello spazio?“)

Ora, a prescindere dal fatto che si trattava di una mostra che beneficiava di incentivi economici da parte di grossi gruppi commerciali ed a prescindere dal fatto che sulla ricevuta rilasciata, (che è bene sottolineare, non ha alcun valore a livello fiscale) nulla veniva stabilito nella causale se non la dicitura generica “Mostra WPP“…
Ma non sarebbe dunque già un contro senso stabilire il prezzo di una donazione per gli scopi sociali perseguiti da questa? E poi, non v’è l’obbligo per le Associazioni che rilasciano ricevute di qualsiasi genere e specie, scrivere sulla stessa non solo la “causale” (cioè a che titolo queste cifre di modesta entità entrano a comporre il fondo cassa dell’organizzazione), ma anche e soprattutto il NOMINATIVO della persona, fisica o giuridica, da cui questa donazione, seppur di modesta entità, proviene?
In altre parole, è “normale” che non sia stato riportato su nessuna di queste ricevute il nominativo di chi ha contribuito? E se consideriamo che al due Ottobre, veniva rilasciata alle 17 di pomeriggio già la 453° ricevuta anonima, l’associazione al 2 Ottobre aveva già incassato 1305 euro per perseguire scopi privati utilizzando un suolo pubblico? E facendo dunque un rapido calcolo, se l’associazione al 3° giorno di mostra, aveva già incassato quella somma, una media quindi di 450 ero al giorno, al 23 Ottobre realizzava quasi 11 mila euro di incassi per perseguire scopi privati utilizzando uno spazio pubblico?

Ad ogni modo, tornando ai fatti e senza entrare nel merito di questioni che non ci competono e che potranno essere sicuramente approfondite in altre sedi dagli organi competenti, il povero e mal capitato giornalista in oggetto, si imbatteva in una improvvisata bigliettaia che di fronte all’esibizione della tessera professionale esordiva così: “Non abbiamo la convenzione con i giornalisti” e continuando “sono già venuti altri tuoi colleghi ed hanno pagato i tre euro, devi pagare oppure vattene!“.

Ora, superando anche la caduta di stile e la maleducazione nel dare del tu a una persona che non si conosce, appare fondamentalmente ancor più grave e scorretto invitare un giornalista ad allontanarsi da una mostra, soprattutto se consideriamo che si trattava di una mostra di fotogiornalismo! Considerando anche, nel caso di specie, che l’organizzazione in questione (quandanche per nobili motivi…) batteva cassa esibendo le foto di colleghi italiani ed esteri.

Ma andiamo oltre, continuando a credere che tutto ciò non appaia quantomeno sconsiderato, e superando per un attimo la cattiva educazione (anche se verrebbe da chiedersi in che modo vengano selezionate le risorse umane dagli organizzatori de “La più grande mostra al mondo di fotogiornalismo“) sempre in riferimento alla lettera f) del succitato decreto legislativo, non appare un tantino fuori dagli schemi che una organizzazione privata si avvalga di uno spazio pubblico ponendo il veto e stabilendo le regole di accesso allo stesso?

La risposta è subito data dalla stessa “bigliettaia” di cui sopra, secondo la quale: “Lo spazio è stato affittato e comunque è comunale e non dello Stato“… e per tanto in quel luogo la legge dello Stato non è applicabile!

Quindi, sempre secondo la simpatica ed improvvisata bigliettaia, se affittiamo uno spazio pubblico (anche solo temporaneamente) possiamo stabilirne le regole di accesso senza tenere in considerazione le leggi nazionali?

Ma secondo il diritto civile (art. 822 e seguenti) e il diritto amministrativo italiano, non dovrebbero fare “… allo stesso modo parte del demanio pubblico gli immobili riconosciuti d’interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico” ed inoltre “tali beni possono anche appartenere alle regioni, alle province o ai comuni, costituendo così il demanio regionale, provinciale o comunale, ma sono ugualmente soggetti al regime del demanio dello Stato“?

Ad ogni modo, resta lo sdegno e la disapprovazione, oltre che la totale solidarietà al collega, vittima dell’ignoranza e dell’ottusa mentalità di chi crede (perchè a questo punto di pregiudizio si tratta se non di altro) che esercitare liberamente un diritto di cronaca sia un gioco da ragazzi.

Ci preme sottolineare che, la nostra Redazione ha avuto accesso a mostre, musei e luoghi culturali di rilevanza artistica ed archeologica come quello del colosseo di Roma, degli Uffizi di Firenze, della Cappella degli Scrovegni di Padova e persino di luoghi esteri come ad esempio quello della Glyptoteka di Copenaghen, senza dover far altro che mostrare la tessera professionale, come appunto la stessa legge stabilisce a chiare lettere, luoghi in cui la figura del giornalista non viene considerata alla stregua di “miserabile scroccone che tenta di entrare gratis” bensì di figura dotata di una rilevanza sociale, attraverso cui informare in modo oggettivo ed imparziale (informare e non comunicare, si badi bene alla differenza).
Informare, come nel caso in oggetto, resta un dovere per il giornalista, nel momento in cui viene riconosciuto da una società civile, come persona in grado di poter illuminare alla stregua di un vero e proprio lavoratore del campo dell’informazione, che si occupa di scoprire, analizzare, descrivere e scegliere notizie per poi diffonderle e non esclusivamente di avvalersi dei diritti ad egli spettanti.
Informare per fare in modo che ogni lettore possa con coscienza esprimere liberamente le proprie considerazioni, come appunto nel caso di specie…

Certi del fatto che ci siano problemi e questioni ben più gravi e rilevanti, in questo buio mondo, non possiamo però transigere e soprassedere di fronte a questi piccoli abusi di potere di persone miserabili e grandi come coriandoli, aggiungendo che attenderemo il prossimo allestimento della mostra itinerante, magari in Africa, dove la figura e la rilevanza sociale del giornalista viene sicuramente riconosciuta, garantita e rispettata più che nella nostra amata città, per potervi accedere ed esprimere un parere libero da condizionamenti esterni.

Invitiamo tutti i colleghi (sia quelli che conoscono i propri diritti, sia quelli che non li conoscono e/o non li fanno valere) a dare massima diffusione alla presente, precisando che, a nostro modesto parere, è partendo dalle piccole questioni di legalità e di educazione che, molto spesso e facilmente, si arriva a quelle più grandi.
In altre parole, in  tempi in cui ci scandalizziamo per le proposte di modifiche della Costituzione, dovremmo tenere sempre presente che, è proprio in tutti quei momenti in cui sottovalutiamo i principi del buon vivere alla base di una società civile e democratica, che poniamo le basi per una società allo sbando totale, all’interno della quale non ci si può meravigliare delle impunità e della totale assenza di certezze nel momento in cui si aggrediscono determinati principi e valori alla base dell’ordinato svolgimento della vita di una società che possa considerarsi “CIVILE”.

In Conclusione, a quanto pare, Bari non fa parte di tutto questo e sembra essersi, nel caso di specie, visibilmente elevata ad un “rango superiore”, probabilmente al rango di “libero ducato feudale” in cui, come di regola avviene nelle serenissime Repubbliche, è il Doge ad avvalersi del diritto di vita e di morte sui suoi concittadini.

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2 Comments

  1. Gianni

    21 novembre 2016 at 09:20

    Non mi risulta che la “Sala Murat”, si possa affittare. Mi pare sia stata data in concessione ad una società privata che organizza eventi. Resta il fatto gravissimo della maleducazione della cassiera e del torto subito dal giornalista che non si é visto riconoscere un suo diritto professionale.

    • Admin

      21 novembre 2016 at 15:52

      Gianni, ci sapresti dire il nome della società privata in questione?

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