Arte, cultura e spettacolo

“All Brands” di Sol LeWitt, storia di un capolavoro bistrattato

L’opera minimalista nello Spazio Murat è ancora in attesa di adeguata collocazione e certificazione di autenticità dal 2003

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“All Brands” di Sol LeWitt, storia di un capolavoro bistrattato
Tiziana Di Gravina

Non riesce ancora a trovare pace il wall drawing “All Brands” dell’artista americano Sol LeWitt (1928-2007), concepito per irradiare di colore e solarità la scarna Sala Murat in Piazza Ferrarese a Bari, che invece sembra esser caduto nel dimenticatoio. Bistrattato, disconosciuto, abbandonato e persino minacciato dalle intemperie, ad oggi il destino di “All Brands” è ancora affastellato di incognite.

L’opera dell’artista aniconico e dal cromatismo esasperato fu realizzata nel 2003, in occasione di un progetto espositivo curato da Ludovico Pratesi e coordinato da Marilena Bonomo, amica e gallerista di LeWitt.

Colori accesi e sensuali, linee ondulate e intrecci di tessere rettangolari e semicircolari, a formare dodici cerchi concentrici, accostate secondo criteri di percezione ottica: si presenta così l’idropittura sulla parete di 8×7 metri, realizzata su progetto di LeWitt da fidati collaboratori.

Il maestro minimalista espresse l’intenzione di donare l’opera alla città di Bari, se il Comune avesse provveduto all’inserimento di una targa a suo nome, indicante le motivazioni della donazione: “in virtù dei 40 anni di rapporto di stima e di amicizia che hanno legato l’artista alla galleria”. Ma da allora il permanente “muro d’artista” non ha avuto vita facile.

Nel 2013 il Comune di Bari non aveva ancora provveduto a richiedere una certificazione dell’opera all’archivio Lewitt, cosa non ben vista da vedova e figlie dell’artista del Connecticut.

Il 26 luglio 2013 fu apposta una struttura protettiva in plexiglass nelle vicinanze dell’opera, con una didascalia e una biografia in tre lingue del caposcuola del Minimalismo, come primo passo per «Difendere il dipinto in attesa di un auspicabile e urgente intervento di restauro, in stretta partnership con la Fondazione Sol Lewitt» sosteneva Vito Labarile, consigliere per le arti visive.

Poco più di sei mesi dopo, l’incuria e le infiltrazioni si aggiungevano all’impietoso stato di conservazione della bistrattata opera di Sol LeWitt. L’acqua piovana scorreva lungo la parete rocciosa, cadendo dalla copertura in plexiglass ricoperta da foglie secche e guano e che nessuno voleva pulire.

Nell’aprile 2016, l’assessore comunale alle Culture, Silvio Maselli affermava: «Il murale non fu mai registrato come opera originale di Sol, né inserito nel patrimonio del Comune, né periziato, allo stato attuale non ha valore».

E dagli eredi di Sol LeWitt giunge l’invito a rimuovere l’opera per permettere l’eventuale formalizzazione della donazione. L’alternativa all’oblio è spostare il wall drawing in uno spazio che lo valorizzi al meglio, in attesa di una nota formale che ne attesti l’autenticità e del necessario restauro.

Dal 14 luglio al 10 settembre 2017, in occasione della sua mostra “Sussi e Biribissi”, l’artista Diego Perrone ha proposto la riproduzione dell’opera sul pavimento della Sala Murat come processo di dialogo tra il lavoro dell’artista e lo spazio ospitante. http://www.artribune.com/wp-content/uploads/2017/07/Diego-Perrone.-Sussi-e-Biribissi.-Exhibition-view-at-Spazio-Murat-Bari-2017-1-3.jpg

Oggi l’originale (ma non certificato) “All Brands” di Sol LeWitt è ancora collocato al suo posto «con una targa esplicativa che ne spiega l’importanza» come spiegano dallo Spazio Murat, ma  resta ignorato, trascurato, spesso utilizzato come parete di appoggio o di affissione per locandine, o come sfondo per mostre e istallazioni.

Oggi, mentre nel più importante contenitore culturale di Bari una addetta alle pulizie getta nell’immondizia opere d’arte contemporanea scambiate per rifiuti, il wall drawing attende ancora adeguata protezione, certificazione ed attestazione di paternità, gridando silenziosamente con tutta la carica espressiva della sua cromaticità il suo inestimabile, bistrattato valore.

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