Arte, cultura e spettacolo

“Figli di Madre Terra” nell’ulivo l’identità di un territorio

Intervista con Francesco Martinelli e Michele Pinto, sceneggiatore e regista del cortometraggio di sensibilizzazione sul tema della Xylella fastidiosa

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“Figli di Madre Terra” nell’ulivo l’identità di un territorio
Tiziana Di Gravina

Il diffondersi del batterio killer della Xylella fastidiosa nel territorio salentino ci ha esposti ad un boom mediatico imperversato da nord a sud, non solo in Puglia, o in Italia, ma che ha attraversato i confini fino a giungere oltreoceano. Servizi giornalistici, ricerche e disseminazioni scientifiche con supposizioni, soluzioni, opinabili o meno, sperimentazione, magistratura, disparate teorie, si sono concentrate attorno a questa urgente problematica come un vortice che ha travolto e messo in secondo piano la devastazione del territorio e di tutti coloro che ne sono stati personalmente colpiti, spesso più strumentalizzati che ascoltati.

A preoccuparsi ed interessarsi del dolore del territorio salentino, il team di artisti baresi che ha dato vita ad un accorato e profondo cortometraggio che non utilizza il dolore ma solidarizza con esso. “Figli di Madre Terra”, prodotto dal Teatro delle Molliche, in collaborazione con Morpheus Ego, con il patrocinio di Unapol nazionale e Legambiente Puglia, è un corto di 17 minuti girato completamente in Salento, nelle zone fra Vernole e Gallipoli, scritto e interpretato dall’artista coratino Francesco Martinelli, direttore artistico del Teatro delle Molliche (Corato), e diretto dal regista ruvese Michele Pinto. Con le musiche di Antonio Molinini, assieme agli interpreti Libera Martignetti, Sara Matarrese, la partecipazione straordinaria di Alberto Rubini e il piccolo Emanuele Karol Martinelli, le didascalie e composizioni poetiche di Alessandro De Benedittis, le traduzioni di Lara Maroccini, il direttore di produzione Francesca Lucia Perrone, l’assistente alle riprese Michele Cuonzo, e le grafiche di Danilo Macina, completano il team che ha realizzato il cortometraggio che mira alla sensibilizzazione sul preoccupante tema della Xylella.

Il progetto nasce nel 2014 da una reazione del suo ideatore Francesco Martinelli rispetto alle prime informazioni divulgate sulle conseguenze del batterio, «fondalmentalmente da una fotografia di un ulivo completamente disseccato» specifica Martinelli.

Interesse, curiosità e volontà di capire se quanto descritto dalla stampa corrispondesse al vero, hanno portato Martinelli a recarsi personalmente sul posto, in Salento «constatai il disastroso stato della vegetazione olivicola, ancor prima del punto di vista economico mi colpì la mutazione di tutto il sistema vegetativo, a livello ambientale». Da qui, inizia per Martinelli una ricerca ed uno studio più approfondito delle cause i cui effetti si palesavano in maniera così allarmante davanti ai suoi occhi.  «Ho continuato ad informarmi anche se si dibatte ancora sul perché. – confida – Da artista, ho sentito l’esigenza primaria di informare le persone rispetto al dramma che si stava consumando, a dispetto della molta indifferenza sull’argomento, dettata per lo più dall’ignoranza, dal non comprendere cosa stesse succedendo. E ho cercato una storia da abbinare all’evento di cronaca che stava sconvolgendo il territorio salentino, nonché pugliese. Non dimentichiamo che nello stemma della Regione Puglia c’è proprio l’ulivo, simbolo della forte identità che ci contraddistingue con questo albero». – sottolinea Martinelli.

“L’obiettivo non è quello di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare” recita l’Enciclica “Laudato Si’” di Papa Francesco, e Martinelli ne ha tratto ispirazione per il suo cortometraggio. «In quelle zone sembra sia giunta l’apocalisse. Ho sentito il dolore degli alberi, degli agricoltori, e l’ho fatto diventare il mio. Mi ha aiutato a ricercare dentro di me qualcosa che stavo per dimenticare e nel 2015 ho capito che la storia da raccontare era anche fondamentalmente la mia: recuperando da quello che è stato il mio percorso di vita, ho scritto il soggetto in cui la mia vita e quella dell’albero si sono praticamente fuse in una storia che è divenuta, quindi, anche autobiografica». Così è nato “Figli di Madre Terra” la cui genesi trae fondamento dalle informazioni scientifiche, dalla costatazione del fenomeno e dalla ricerca più intima della storia da raccontare «La storia stigmatizza qualcosa che sta accadendo fra esseri umani e ambiente».

«Da sempre faccio un cinema sociale e soprattutto incentrato sulla mia terra – ha dichiarato il regista Michele Pintospecie perché “Figli di Madre Terra” rappresenta un secondo step dell’analisi della complicata relazione fra uomo e ambiente, ma anche di carattere generazionale, iniziata con il primo lavoro che ha visto me e Martinelli lavorare assieme: “Mio figlio è l’albero”, realizzato nel 2008, segna un primo gradino per narrare questa seconda storia, come una continuazione del rapporto tra uomo e natura, in particolare tra uomo e albero».

Il cortometraggio “Figli di Madre Terra” contiene, infatti, la sintesi della storia di tre generazioni, simbolicamente i nostri padri, noi e i nostri figli, con una manifestazione di problematicità di tutte e tre le generazioni quando entrano in rapporto fra loro, prima tra tutte la comunicazione e il loro modo di comunicare il dolore. Un dialogo di speranza che si interseca con la religione invocando Dio, ponedo interrogativi in attesa di risposte, dove la mancanza di comunicazione è presenza stessa di comunicazione.

Pochi dialoghi, battute sintetizzate come ausilio alla comprensione della storia, un protagonista che parla poco e quando lo fa balbetta, poche scene silenziose e poi spazio alla voce della natura e alla colonna sonora con le musiche di Antonio Molinini, tratte dall’album pianistico “Io ho più orecchio di Bacco” (2015), sapientemente coniugate in maniera naturale con le immagini.

In un’epoca in cui i montaggi sono molto rapidi, “Figli di Madre Terra” osa con scene lente, in cui amore e dolore sono rappresentati in maniera iconografica, in cui la serenità non è un urlo di disperazione ma una silenziosa speranza nel cambiamento.

«È un percorso di passione, – commenta Martinelli – doloroso, che accoglie una speranza importantissima, quella del rigenerare, della creazione, del dare vita con amore, e di come, chi vuole dare amore, riesce ad esprimerlo».

Selezionato ai Rome Web Awards 2018, gli Oscar italiani del Web, sezione Sociale, “Figli di Madre Terra” semplifica e sintetizza la complessità del periodo in cui viviamo, oltre a dipingere in maniera vivida e profonda la completa devastazione dei secolari e maestosi ulivi, testimoni della storia della nostra terra. «Penso che la soluzione al problema sia mettersi nelle mani del Signore perché la scienza pensa di poter trovare un rimedio anche alla morte, finendo col risultare anche presuntuosa.  – conclude Francesco Martinelli – Qui si parla proprio di morte che però non si può risolvere con la ricerca, che finora è riuscita solo a maturare la soluzione dell’abbattimento degli alberi per creare una sorta di zona cuscinetto».

Il batterio killer rappresenta una vera e propria piaga per intere piantagioni di ulivi pugliesi di natura non solo economica, ma anche sociale e culturale. Quella sulla Xylella più che una discussione scientifica è stata un’arena dialettica che, come “Figli di Madre Terra” ricorda, pone l’accento su una componente essenziale, quella della coscienza.

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