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Bifest 2018: Pierfrancesco Favino e l’essenza dell’attore

L’International Film Festival di Bari si apre con una masterclass con l’attore romano di origini pugliesi

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Bifest 2018: Pierfrancesco Favino e l’essenza dell’attore
Tiziana Di Gravina

Si sono accesi i riflettori del Bifest 2018 con la prima lezione di cinema tenuta dall’attore Pierfrancesco Favino, in un Teatro Petruzzelli che ha registrato il tutto esaurito. «È meraviglioso essere qui, in uno dei teatri più belli d’Italia, per un uomo di teatro ancor prima che di cinema e sono molto legato a Bari e al Bifest date le mie origini pugliesi, mia madre è di Candela, mio padre di Foggia, sono cresciuto in questa regione meravigliosa» ha dichiarato l’attore romano, ospite della prima giornata dell’International Film Festival, diretto da Felice Laudadio, in corso a Bari dal 21 al 28 aprile.
Intervenuto subito dopo la proiezione del film ACAB (2012) di Stefano Sollima, Favino ha raccontato al pubblico, dialogando con Fabio Ferzetti, i suoi 25 anni di carriera, fra teatro, cinema e televisione, affermandosi a livello nazionale ed internazionale. A lui, il Bifest ha conferito il premio Federico Fellini Platinum Award.

Bifest 2018

Pierfrancesco Favino al Bifest 2018

«Per me il mestiere dell’attore non è imporre la propria personalità ai ruoli che si fanno, lavoro molto col corpo e modello la faccia in base a quello che faccio. Una delle cose più belle di questo mestiere è il privilegio di scoprire quante cose possiamo essere noi essere umani e faccio l’attore fondamentalmente perché mi piace l’essere umano. Noi tutti abbiamo dentro il poliziotto fascista di ACAB e l’anarchico Pinelli (“Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana) e la possibilità di poter toccare questi opposti è un privilegio pazzesco – ha dichiarato l’attore –  ognuno di noi può potenzialmente essere tutto, poi ciò che scegliamo di essere, i valori che abbracciamo nella società è ciò che vogliamo essere. Tutti abbiamo dentro degli istinti che io, con questo mestiere, ho la fortuna di andare a solleticare e scoprire i rischi dell’essere in un certo modo».

Quella per la recitazione è una passione che nasce in Pierfrancesco Favino sin da quando, all’età di 6 anni, guardava i vecchi film di Totò. La “folgorazione” a 8 anni quando i suoi genitori, entrambi appassionati di teatro, lo portarono a vedere Don Carlos di Schiller con Gabriele Lavia. Il Festival di Sanremo ha concesso al pubblico di scoprirne la poliedricità e ha concesso a Favino di superare la paura di ciò che il pubblico avrebbe pensato di lui «non mi sento un divo, penso che nasca da ciò che le persone percepiscono di quello che sono io come essere umano, e che questa cosa sia stata gradita» ha confessato l’attore che ha interpretato Bartali e Di Vittorio ed ha recitato anche in pellicole internazionali come, ad esempio, “Angeli e demoni” (2009) e “Rush” (2013), per la regia di Ron Howard, e “World War Z” di Marc Forster (2013).

«Nell’interpretare una persona realmente esistita, come con Pinelli, è stato molto importante incontrare la vedova e le figlie, giustamente estremamente diffidenti. Per me è stato fondamentale che loro accettassero che un emerito sconosciuto impersonasse il loro marito e padre, la prima cosa era guadagnare la loro fiducia e sapere che qualsiasi cosa andavo a fare non avrebbe offeso la loro memoria emotiva».

«L’errore che un attore può fare è imporre la propria superiorità, totalmente supposta, nei confronti del  testo e degli spettatori. L’attore non può essere un oggetto, è uno strumento, una maniglia della porta, che mette in comunicazione il mondo dello spettatore e il mondo dell’autore». È intervenuto sul dialogo continuo fra attore e personaggio «non mi interessa dove stia l’attore nei confronti del personaggio, l’importante è  che il pubblico sia coinvolto. Entrare nel personaggio – termine abusatissimo – mi sembra una violazione enorme.  L’attore deve stare dove consente allo spettatore di scordarsi dell’attore, né dietro, né davanti, né di fianco, penso che l’attore debba avere l’umiltà di intuire ciò che dentro di sé possa essere utile a dare fiato e anima a ciò su cui un autore ha lavorato». 

Bifest 2018

Pippo Baudo durante la masterclass di Favino

Affrontando il tema del typecasting, da padre di due figlie e compagno di un’attrice, e da regista di due spettacoli in cui le donne erano protagoniste “Servo per due” e “La controra”, Favino si è detto «fastidiosamente schifato dell’abberrazione che c’è sull’immaginario femminile  in Italia, su cui penso ci sia la responsabilità anche del nostro mondo femminile. Penso che la donna sia l’energia del mondo».

In prima fila anche Pippo Baudo, maestro dello spettacolo e della televisione italiana, protagonista della giornata di oggi, che ha salutato il pubblico e l’attore definendolo “Bravo, colto, intelligente e modesto”.
Direttore e insegnante della Scuola di Formazione del Mestiere dell’Attore “L’Oltrarno” di Firenze, volutamente gratuita, Pierfrancesco Favino è pronto per il set de “Il traditore” di Marco Bellocchio in cui interpreterà Tommaso Buscetta. Lo rivedremo presto al cinema nel film “I moschettieri del Re” di Giovanni Veronesi, al fianco di Valerio Mastandrea, Sergio Rubini Marco Giallini e Rocco Papaleo – che si è dilettato ad imitare eccellentemente.

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