Arte, cultura e spettacolo

La musica dei popoli di Enzo Avitabile *Intervista*

L’artista napoletano apre la sezione internazionale del Talos Festival a Ruvo di Puglia assieme a I Bottari di Portico

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La musica dei popoli di Enzo Avitabile *Intervista*
Tiziana Di Gravina

L’edizione 2018 del Talos Festival, manifestazione nata nel 1993 che, partendo dall’esaltazione della banda, s’inoltra nella sperimentazione musicale incrociando la danza, ha inaugurato la sezione internazionale, nella serata del 6 settembre, con un tutto esaurito in Piazzetta Le Monache che ha accolto la travolgente energia di Enzo Avitabile e i Bottari di Portico.

Organizzato dal Comune di Ruvo di Puglia, con il sostegno della Regione Puglia, la direzione artistica dei musicisti e compositori Pino e Livio Minafra e il progetto coreografico di Giulio De Leo della Compagnia Menhir, il Talos Festival 2018 dall’1 al 9 settembre rende la città di Ruvo di Puglia un contenitore culturale di incontri e contaminazioni con ospiti nazionali ed internazionali.

Attesissimo il noto sassofonista e compositore italiano Enzo Avitabile che ha tagliato il nastro di inizio della sezione internazionale del Festival, data la sua comprovata fama ed esperienza e la sua peculiare e continua ricerca di un suono inedito, non solo originale ma vitale ed essenziale. Una carriera costellata di collaborazioni con artisti pop e rock di tutto il mondo, da James Brown a Tina Turner a Randy Crawford, senza tralasciare l’indimenticabile Pino Daniele, per poi dar vita al progetto con I Bottari di Portico con cui si è esibito nel cuore di Ruvo di Puglia.

Quella di Enzo Avitabile è una musica dei popoli che affonda le mani nella terra alla ricerca delle proprie radici, ma le tende anche in un gesto di conoscenza dell’altro, con la propria cultura, le proprie origini e il proprio bagaglio esperenziale. I suoni di Avitabile pulsano, come il mondo che si anima di molteplici vite e identità e si ritrovano, proprio attraverso la musica, unite in un abbraccio, fuse in un legame indispensabile.

Come nasce la collaborazione con I Bottari di Portico?

Enzo Avitabile e I Bottari di Portico

Enzo Avitabile e I Bottari di Portico

«Quello con I Bottari è un progetto nato nel 2002, – ci spiega Avitabile – fortemente voluto assieme al produttore Andrea Aragosa, con l’intento di recuperare e rivalutare il patrimonio lessico-musicale della mia terra, unendo il dieletto all’origine greca del nostro idioma e di quelli di tutto il mondo». Una volontà resa possibile dalla collaborazione con I Bottari di Portico che fanno del ritmo ancestrale la loro unica fede, dando vita ad un folk innovativo, energico e pulsante come i cuori messi in contatto attraverso il linguaggio della musica, in quel percorso di «disamericanizzazione del linguaggio teso a recuperare tutto ciò che è nostro e a portare nel nostro territorio tutto ciò che ci viene donato dai maestri del soul, del rhythm and blues, del jazz».

 Com’è cambiato il suo essere artista nel corso della sua esperienza?

«La pelle di ogni uomo cambia giorno per giorno in base alla propria esperienza. Viaggiando e conoscendo nuove realtà ed artisti, credo che ogni incontro sia importante e sento appartenermi il karma dell’incontro, che mi ha procurato una voglia di vivere e di arricchire il mio linguaggio e il mio bagaglio di pensiero e immaginazione produttiva. All’inizio non mi presentavo col mio suono, ad aprirmi la via è stato James Brown che mi ha dato la possibilità di verificare come il mio dialetto poteva riuscire a muoversi in quel groove prevalentemente afro americano».

IL MESSAGGIO SOCIALE – Sul palco il pensiero corre alla Siria, alle migrazioni, ai bambini. «La musica –  spiega Avitabile – è tutta sociale, collante tra popoli e generazioni, perché spesso ha origine da un pensiero e una volontà politica. Esiste una musica militante – aggiunge – che si posiziona rispetto alla ricerca del linguaggio, all’onestà di creatività, ad un modo di collocarsi in un mondo come il nostro. Il mio percorso è stato difficile – confida ai nostri microfoni – perché volevo fare una musica quanto più possibile pura nella mia non purezza, col bisogno assoluto degli altri, altrimenti diventa una cosa fine a se stessa. Nasciamo sempre con un concetto di separazione ma poi la musica riesce a unirci, è nello spirito della world culture. La musica riesce ad andare da cuore a cuore, a trasferire direttamente un messaggio a cui segue l’azione, perchè crea uno stato d’animo che porta a prendere una posizione, importante in quanto dettata dall’emozione. Il futuro è una musica che nasce dal popolo e che ritorna al popolo».

 Come vede le giovani generazioni musicali che si proiettano proprio verso il futuro?

«La musica è condivisione, non finisce mai, non può finire. Amo tutti i giovani artisti – afferma con un appassionato riferimento a Clementino, Rocco Hunt, Gué Pequeno e Dogo con cui ha all’attivo anche collaborazioni musicali – i rapper sono i figli della parola sul ritmo. Non esiste il dono paternalistico con i giovani, i giovani sono il punto luce con cui siamo noi a dover stare in sintonia e non il contrario. La musica è multi espressiva e multigenerazionale, in musica non c’è mai separazione».

Qual è la valenza dei festival in questa continuità?

«Ogni festival è simbolo dell’accoglienza. Sono curioso di capire come si sviluppano nei territori queste volontà di recupero della propria identità culturale, dell’accoglienza rispetto a forme espressive che provengono da fuori».

IL RICORDO DEL “FRATELLO” PINO DANIELE – La presenza di Pino Daniele  si fa sentire anche sul palco del Talos, con l’esecuzione del brano “Terra Mia”. «Io e Pino Daniele abbiamo cominciato, all’età di 14 anni, la ricerca di linguaggio del suono e delle diverse possibilità sonore. Siamo figli degli anni ’80, c’era in noi la volontà di uscire da quello che è erroneamente definito “classico napoletano” ma che è una canzone popolaresca napoletana. Io e Pino iniziammo il nostro sperimentare il dialetto utilizzando proprio quei suoni afro americani che ci avevano avvicinati alla musica, trasformandolo in una contaminazione felice. Dal 2000 ho poi iniziato questo percorso di utilizzo del mio napoletano non stereotipato, posizionando il dialetto in maniera poetica, recuperando la sua parte armonica per avere un suono, un codice e un mio modo di essere».

 

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