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La scuola che verrà

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La scuola che verrà

La scuola italiana e più in generale il sistema formativo e culturale del nostro Paese non gode di buona salute.
I quasi 8 miliardi di euro di tagli, la diminuzione del numero di insegnamenti, il sovraffollamento delle aule, l’inadeguatezza degli spazi e lo sfacelo edilizio soprattutto delle scuole del Sud, sono segni evidenti di un attacco alla scuola della polis, quella statale, pubblica, gratuita e aperta a tutti: quella definita in tali termini proprio dalla Costituzione.

Piero Calamandrei, noto giurista toscano che la Costituzione la conosceva bene, essendone stato uno degli artefici, così affermava in un discorso pronunciato al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN) a Roma l’11 febbraio del 1950.

“La scuola come la vedo io, è un organismo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione (…) Se si dovesse far un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo hanno la funzione di creare il sangue”.

Quanti oggi condividono questa affermazione?

Considerando le emergenze odierne possiamo dedurre che la scuola oggi, più che essere considerata come uno degli organi vitali del nostro organismo, da difendere  e tutelare stia diventando un organo sempre più malato e privato di qualsiasi cura e sostegno.

Gli effetti che ne derivano sono molteplici  e sotto gli occhi di tutti, ma ciò a cui spesso non si dà abbastanza voce è il malessere che ha colpito gli insegnanti.

Salvo rare eccezioni, essi sembrano aver perso la volontà di esercitare la propria attività professionale in termini di qualità, crescita ed investimento. Il disagio che oggi gli insegnanti manifestano emerge anche dalla cospicua produzione narrativa fiorita negli ultimi dieci anni, in cui troviamo numerose testimonianze di sofferta quotidianità professionale. Come sottolinea Loredana Perla, docente di Didattica generale presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro sulle cause oggettive dell’insoddisfazione diffusa fra gli insegnanti, occorre indagare e dire di più. “Perdita di prestigio sociale, appesantimenti burocratici del servizio fuori dall’aula, aumento dei fenomeni di bullismo e vandalismo nelle classi, nonché esiti scolastici sempre più deludenti in termini di apprendimento e di maturazione etico-affettiva degli allievi, sono variabili che hanno diffuso nell’immaginario sociale collettivo una rappresentazione dell’essere insegnante “al negativo”, con rifrazioni non lievi nella percezione del proprio ruolo da parte degli stessi docenti”.

Le parole di Calamandrei sono un invito dunque a noi tutti, per ricominciare a credere nella possibilità di realizzare una società civile e democratica attraverso il riconoscimento della scuola come un patrimonio culturale. Bene e patrimonio di tutti.

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