Arte, cultura e spettacolo

Ennesimo paradosso da facebook

Ennesimo paradosso da facebook

di Giuseppe Ceddia
Sul Corriere della Sera di sabato 25 Febbraio 2012, c’è un articolo, a firma Paolo Di Stefano, davvero interessante, che induce a una riflessione riguardo l’ennesima contraddizione proveniente da quella bufala di social network che risponde al nome di Facebook. La censura ha vietato infatti la presenza di un’immagine assolutamente umana, naturale, direi cristiana (per chi crede e chi no), biologica, quasi commovente, tenera, ossia quella di una donna nera che allatta un bambino bianco.

Ma siamo in presenza di uno scherzo o davvero la censura ha colpito un simbolo dell’innocenza? Purtroppo la verità risiede nel secondo punto e la morale ripugnante dell’individuo, dell’atto censorio assolutamente spurio e figlio dell’ignoranza, colpisce ciò che invece dovrebbe essere immagine inscalfibile di processi umani, di naturale stato delle cose, di vita, di esistenza.

In relazione al fatto che seni, perizomi, link tratti da film porno, farfalline sanremesi, nani e ballerine non solo dal Belpaese, infestano la rete e siano – a tratti – fil rouge dello stesso processo che rende vivo un social network che crea ma non risolve svariati problemi, è ulteriore dimostrazione che l’antropologia umana è ai minimi termini e che l’evoluzione (che dovrebbe essere naturale e oserei dire matematica) è ormai a un punto morto dal quale, anzi, si sta sempre più partendo per retrocedere (ossimoro generazionale drammatico e assai inquietante). Un seno e un bambino che da esso è allattato è dunque, secondo la censura facebookiana (o facebookista?) immagine da vietare in rete, un seno magari invece bello sodo, plastificato e attaccato come souvenir sul corpo di qualche volgare bellona di turno, diventa opera d’arte da ammirare e con la quale trastullarsi nei momenti di solitudine. Diventano opere d’arte e cazzeggio esistenziale il gossip, chi ama chi, i loschi traffici di calciopoli, l’amante dell’amante è l’amico del marito dell’amante, pessimi ghirigori anti-narcisistici e anti-erotici che neanche i film di Pierino con Alvaro Vitali (peraltro maschera assai “alta” se rapportata a quanta feccia circola oggi, era stato scoperto non a caso da quel genio di Fellini). E allora vai con Sanremo e l’elogio della vecchiaia, l’elogio dell’inguine farfallinesco, l’elogio del giovane corpo vergine alla vista, e solo a quella.

Scandalizziamolo pure il popolo bue con una donna nera che allatta un bimbo bianco, il popolo bue che osanna il corpo (sesso oppio dei popoli), frustrato sin dalla nascita si gioca la propria esistenza e ci rimette la faccia(libro) invece di sfogliare qualche buon libro con carta ormai ingiallita magari. Pupi e marionette, pornoattori che vendon patatine, Massive Attack in versione censurata (e non), di tutto di più, culi al vento e perizomi specchio dell’anima, tutto è concesso, il circo Barnum del ripugnante e dell’antiestetico diventa – per paradosso – l’estetica vincente in rete. Fa paura l’automa umano che circola per strada, fa paura la superficialità dell’individuo (che non è leggerezza, ma cosa ben diversa), è pericoloso e deviante per le future generazioni ciò che sta avvenendo, Cristo dovrebbe strapparsi i chiodi di dosso e scendere tra noi.
Tempo un paio di giorni e verrebbe riappeso. Dove andremo a finire, dove ci porterà l’assenza perenne di coscienza critica, che pianeta è un luogo dove si censura la vita, dove si censura una donna che allatta un bambino, simbolo esso stesso dell’innocenza? Bisognerebbe difenderli i bambini e avvicinarsi, tramite ciò, a un processo di santificazione personale e autoindotta. Grandi fratelli, sesso in piscina, masturbazioni socio-corporali, idiozie a raffica, decadenza dell’individuo, marciume tout court: assolto. Sei uno di noi.

Che mondo è quel mondo dove la sporcizia dell’animo, del corpo, delle guerre, della vigliaccheria, del malaffare, sono momenti di ilarità comune, dove si ride per non piangere ma non si censura nulla? Che mondo è questo mondo post-orwelliano intriso del deturparsi dell’individualità stessa, che mondo è un mondo dove il brutto e l’osceno hanno spazio e dove il bello (che in antichità era anche il buono e il vero) si censura? Diceva un vecchio detto (poi ripreso da un vecchio film): se tutto va bene…siamo rovinati! Aiutiamoci. Aiutiamo(li).

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1 Commento

  1. RITA

    29 febbraio 2012 at 11:27

    è PROPRIO VERO CHE LA VERITà è UNA QUESTIONE DI CUORE…E LA GENTE HA PAURA DELLA VERITà.PREFERISCE LE MASCHERE DELL’IPOCRISIA E DELLA MENZOGNA .PREFERISCE CHATTARE PER NON AVERE RELAZIONI AUTENTICHE COSI NON RISCHIA NIENTE, NON SI METTE IN GIOCO,NON SOFFRE E SOPRATTUTTO PUò MENTIRE.SAN PAOLO DICE: “LA VERITà CI RENDERà LIBERI”.MA QUALE LIBERTà?QUELLA DI CAZZEGGIARE, DIVEDERE UNA TELEVISIONE SPAZZATURA CHE CI INSEGNA IL TRADIMENTO (TANTO CHE MALE C’è)CHE CI INSEGNA AD ESSERE FURBI(TANTO LO FANNO TUTTI).
    SI,GESù LO UCCIDEREBBERO NEL GIRO DI POCHI SECONDI MA COMUNQUE,è IN MEZZO A QUESTO MARCIUME E LA SUA VITTORIA FINALE è SICURA SUL MALE CHE NOI SOCIETà NON VEDIAMO PIùPERCHè ABBIAMO OCCHIORECCHIE E CUORE CHIUSI.BRAVO PER L’ARTICOLO!

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Giuseppe Ceddia, nato a Bari nel 1977, laureato in Lettere Moderne è attualmente Dottorando di Ricerca in Italianistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Si occupa di letteratura fantastica in Italia. Giornalista-pubblicista, collabora con diverse testate cartacee e on-line, cura due blog e la rubrica “CortoCircuiti” su www.inchiostrolibri.it ; collabora con la rivista letteraria “Narrazioni”. È autore di racconti, alcuni dei quali pubblicati su www.puglialibre.it e sulla rivista “L’Immaginazione” (Manni Editori). Scrive anche di cinema.

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