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“Quasi amici”, un film ispirato a una storia vera.

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“Quasi amici”, un film ispirato a una storia vera.
Claudio Santovito

La traduzione italiana del titolo, come spesso accade, non rende l’idea. Quella letterale, “Untouchables” (intoccabili), ricorda invece lo storico film con Costner, Conney e De Niro. Ma in questo bellissimo film è il contenuto a essere innovativo: la descrizione di due mondi amorfi. Questo sono Philippe (François Cluzet), paralizzato dalla base del collo fino alla punta degli alluci e Driss (Omar Sy), avanzo di galera alla perenne ricerca di una firma per il sussidio statale.
A sorpresa, Philippe decide di assumere Driss come badante personale: il ragazzo si trova catapultato in un ruolo che non avrebbe mai nemmeno sognato di rivestire, fatto di shampoo, riabilitazione, walkie tolkie gracchianti e in perenne collegamento. Abituato a un modus vivendi abbastanza spiccio, quasi da camerata, l’approdo in quella che –  ai suoi occhi di poveraccio – appare come una reggia, ha lo stesso effetto devastante di un’onda anomala; eppure, l’unione tra i due opposti, il francese bianco, aristocratico e purosangue con il nero povero e originario delle colonie (Senegal), risulta una medicina amara ma efficace, necessaria.

Philippe, colpito duramente da un grave incidente in parapendio e dalla morte della moglie, non ha neanche la possibilità materiale di suicidarsi; il suo unico vantaggio è il ricco conto in banca che gli permette di vivere come si deve (?) e potersi pagare le costose cure, afflitto com’è da forti dolori psicosomatici e da un male di vivere che lo porta a intraprendere una corrispondenza epistolare con Eleonore, proiezione di una vita altra in cui il piacere deriva solo dall’immaginazione e dal susseguirsi delle lettere su un foglio.
L’intromissione dello stravagante Driss è salutato da Philippe come un piacevolissimo diversivo volto a sconvolgere il ciclico rituale della quotidianità, quell’ordine precostituito, a lui inviso, fatto di lusso non pienamente godibile, di amicizie e parentele interessate e di segretarie e assistenti apprensive e congelate nel loro aplomb; Driss è un jolly poliedrico, inietta allegria, stravaganza, risposte di bronzo, segna la contrapposizione tra la rassegnazione dei benestanti e la voglia e il “nulla da perdere” degli ultimi, sintetizzata dall’attrito tra la musica classica, cara a Philippe, e la musica new age cui Driss è devoto.

I due registi, Oliver Nakache ed Eric Toledano, ispirandosi a una storia realmente accaduta, quella tra Philippe Pozzo di Borgo e Yasmin Abdel Sellou, operano una regia fuori dai cliché, dove le difficoltà dei tetraplegici sono solo accennate e non mitizzate per indurre al pietismo. Giocando sulla figura del doppio – bianco-nero, giovane-vecchio, ricco-povero, salute-malattia, madrepatria-colonia), tirano fuori un capolavoro che, in patria e non solo, ha fatto incetta di premi, avvicinando lo spettatore a una realtà scomoda e proprio per questo spesso esorcizzata.

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Claudio Santovito
@clasantovito

Scrittore, giornalista. Specializzato in aviazione civile e trasporto aereo, mi occupo anche di cultura, inchiesta, curiosità dal mondo. Ho pubblicato, nel 2011, il mio primo romanzo "Tempo da dimenticare - Giallo nella notte barese" (Sentieri Meridiani Edizioni). Comunicazione, giornalismo digitale e Twitter le frecce nel mio arco. Ho un blog dedicato all'aviazione, "Notizie dal cielo". Rispondo io, a tutti, sempre. www.claudiosantovito.it - Twitter: @ClaSantovito

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