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Diffamazione a mezzo facebook

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Diffamazione a mezzo facebook

Come è noto, Facebook è una piattaforma sociale che conta 100 milioni di utenti in tutto il mondo con un fatturato valutato alcuni miliardi di dollari. Fondato negli Usa da Mark Zuckerberg il 4 febbraio 2004 durante gli studi universitari con l’idea di mettere online un sito web per consentire ai vecchi amici del Campus di registrarsi, fornendo una piccola foto e qualche informazione, via via ha esteso la sua portata al di fuori del contesto per cui era stato ideato, diventando la principale piazza virtuale, attraverso cui “socializzare”.
La facilità di utilizzo, la gratuità del mezzo e l’assenza di rapporti reali tra i cosiddetti amici di fb, non consentono di porre la necessaria attenzione sulla pericolosità del social network, che da un lato espone la vita di ciascun individuo alla pubblica piazza, e dall’altro, non dà consapevolezza dei possibili reati civili e penali in cui si potrebbe incorrere. Sono in aumento, infatti, le denunce presso le procure nazionali per reati commessi tramite piattaforme di social network, tra cui Facebook, Google, YouTube, MySpace, Microsoft e Yahoo! Vi sono reati commessi da chi sfrutta questi social network per realizzare intenti illeciti: invio di materiale pubblicitario non autorizzato (il c.d. spamming), raccolta e utilizzo indebito di dati personali (così come previsto dal T.U. sulla privacy); utilizzo dei contatti per trasmettere volutamente virus informatici, (art. 615-quinquies c.p.); utilizzo dei contatti per acquisire abusivamente codici di accesso per violare sistemi informatici (reato previsto dall’art. 615-quater c.p.); utilizzo dei contatti per acquisire abusivamente codici di accesso per violare sistemi informatici (art. 615-quater); scambio di immagini pedopornografiche; invio di messaggi di propaganda politica, di incitamento all’odio e alla discriminazione razziale.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha emanato nel 2008 la Risoluzione sulla tutela della privacy nei servizi di social network, adottata da 78 Autorità garanti per la protezione dei dati personali nel corso della “30th International Data Protection Conference of Data Protection and Privacy Commissionersche” e che interviene (abbastanza brevemente) sull’utilizzo di social network e sui pericoli connessi all’uso.
In generale, molto comuni, sono i reati che vengono realizzati solo per “spirito temerario”; si fa riferimento alla: diffamazione punita dall’art. 595 c.p. con pene, nella forma aggravata, fino a 3 anni di reclusione (con annesso diritto al risarcimento nei confronti della parte lesa), e che prevede l’inserimento di frasi offensive (battute “pesanti”), notizie riservate la cui divulgazione provoca pregiudizi, foto denigratorie o comunque la cui pubblicazione ha ripercussioni negative, anche potenziali, sulla reputazione della persona ritratta; sostituzione di persona, previsto dall’art. 494 c.p., per cui è necessario il fine di conseguire un vantaggio o recare un danno, inducendo taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, punito con la reclusione fino a un anno. (v. Corte di Cassazione – Sezione Quinta Penale, Sentenza 14 dicembre 2007, n.46674 che ha ritenuto, che commette tale reato, colui il quale crea un falso account di posta elettronica intrattenendo corrispondenze informatiche con altre persone spacciandosi per una persona diversa, così come può farsi valere per Facebook, quando si attiva un profilo utente con dati e foto di soggetti trovati a caso su internet); usurpazione di titoli o di onori (art. 498 c.p.) che sanziona chiunque abusivamente porta in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego pubblico, o di un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ovvero di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, ovvero indossa abusivamente in pubblico l’abito ecclesiastico. Alla stessa pena soggiace chi si arroga dignità o gradi accademici, titoli, decorazioni o altre pubbliche insegne onorifiche, ovvero qualità inerenti ad alcuno degli uffici, impieghi o professioni, indicati nella disposizione precedente. La condanna importa la pubblicazione della sentenza.

Presenti anche reati riguardanti la fede religiosa:
– Offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone (403 c.p.)
Chiunque pubblicamente offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di chi la professa, è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000. Si applica la multa da euro 2.000 a euro 6.000 a chi offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di un ministro del culto.

– Offese a una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose (art. 404 c.p.)
Chiunque, in luogo destinato al culto, o in luogo pubblico o aperto al pubblico, offendendo una confessione religiosa, vilipende con espressioni ingiuriose cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto, ovvero commette il fatto in occasione di funzioni religiose, compiute in luogo privato da un ministro del culto, è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000. (…)”
Recentemente è fatto espresso divieto ai dipendenti pubblici di utilizzare Internet (e quindi anche Facebook) nel luogo di lavoro. E’ stato messo in evidenza da una sentenza della Cassazione che risponde di peculato il dipendente pubblico che accede indebitamente a internet (non dunque per attività autorizzate che a lui competono per il lavoro che svolge).
Di notevole interesse è la sentenza del tribunale di Monza Sezione IV Civile del 2 marzo 2010, n. 770 con la quale la parte attrice ha chiesto ed ottenuto la condanna all’integrale risarcimento “del danno morale soggettivo o, comunque, del danno non patrimoniale” sofferto in conseguenza della subìta lesione “alla reputazione, all’onore e al decoro” cagionatale dal convenuto mediante l’invio di un messaggio per il tramite del social network “Facebook”. In breve, il convenuto, legato da una relazione amorosa con la parte attrice, affetta da strabismo, aveva commentato pubblicamente, in maniera offensiva una foto in cui la donna era taggata, causando, secondo il giudice di merito un’ evidente lesione di diritti e valori costituzionalmente garantiti (la reputazione, l’onore, il decoro della vittima), ravvisando nel fatto dedotto in giudizio, il reato di cui all’art.595 CP (diffamazione) alla luce del carattere pubblico del contesto che ebbe a ospitare il commento, della sua conoscenza da parte di più persone e della possibile sua incontrollata diffusione a seguito di tagging . Il danno non patrimoniale è stato valutato nella cifra di 15 mila euro, più il pagamento delle spese processuali alla parte attrice.

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