Cronaca

E io contavo i denti ai francobolli

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E io contavo i denti ai francobolli

2 Agosto 2012, Taranto : lontano da ogni possibile copione del “festival del lavoro” organizzato dai sindacati, uno spezzone autonomo rispetto al discorso dominante si mette in cammino lungo via D’Aquino, sono operai dell’Ilva, precari, disoccupati, studenti. Persino Repubblica è costretta ad ammettere: “nessun black bloc, né no global. La contestazione alla manifestazione Cgil Cisl e Uil ha le facce stanche di operai Ilva”. E’ la resa dei conti; l’incarnazione del conflitto tra capitale e vita; il rifiuto del ricatto occupazionale; la denuncia ai sindacati filopadronali della fabbrica.
Poco importa se il tribunale, ad oggi, conferma la chiusura degli impianti Ilva: la giornata del 2 agosto segna l’inizio di una narrazione autogestita dei propri desideri, la sconfitta dei sindacati, il rifiuto del ricatto “lavoro o salute”, il rifiuto dell’apologia del lavoro, il rifiuto dell’ossessione salariale che per 60 anni ha obbligato gli operai a tornare ogni mattina in fabbrica, offrendo un tributo di morti in tumori e leucemie al mostro di acciaio.

La sottrazione dal discorso dominante che è avvenuta sembra essere un punto di partenza necessario per la costruzione di un conflitto unitario che nasca dal basso contro la logica del profitto che realizza il bisogno unico di accumulare i frutti della ricchezza sociale, sacrificando la tutela del territorio e dei lavoratori stessi. Se 60 anni fa i morti avevano il marchio dello Stato e la fabbrica si chiamava Italsider, oggi, dopo la svendita al gruppo Riva, la gestione è passata al privato (pur continuando a speculare sui fondi pubblici grazie a finanziamenti per bonifiche mai realizzate) e la fabbrica si chiama Ilva: che ad ordire il ricatto occupazionale sia il pubblico, piuttosto che il privato, l’operaio e la sua condizione di schiavitù non cambia; ciò che è cambiato questa estate, piuttosto, è stato lo spontaneismo con cui ci si è ribellati al Moloch lavorista che per decenni in Italia ha tenuto in piedi la rappresentanza sindacale, nonostante l’Ilva rappresenti l’unica fonte di reddito per una quota rilevante della popolazione tarantina.
La devastazione ambientale, le morti, i malati e gli stessi operai insorgenti hanno lanciato un messaggio chiaro : non va chiuso solo il famigerato camino E 312, deve essere chiusa ed eliminata l’intera fabbrica di paura. La “paura” come prodotto principale della fabbrica, l’unico a garantire la governance del potere, quasi come se non fossero possibili forme produttive diverse e compatibili con i bisogni ambientali e sociali della popolazione. Eppure di paura sembra aver tremato anche la controparte dopo la pesante caduta quando ha accusato di parassitismo sociale chi rivendica il reddito minimo garantito come misura di welfare e ancora quando ha denunciato quaranta manifestanti per aver spostato delle transenne. Ma forse il signor Landini non aveva ben compreso cosa fosse il reddito garantito o forse non sa che è una misura di welfare che parzialmente esiste in tutti i Paesi dell’Unione europea eccetto Italia e Grecia. Quello che è accaduto a Taranto è proprio per questo un solco tra il secolo passato e questo, tra chi vuole riaprire la fabbrica ( l’1%) e chi , superato il paradigma novecentesco del “lavoro bene comune”, pratica e organizza un conflitto autonomo irriproducibile per specificità e numeri eppure che in sé incarna il conflitto globale tra l’austerity e la comunità tutta.

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