Cronaca

Rita Atria, la donna che perse due padri.

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Rita Atria, la donna che perse due padri.
Claudio Santovito

La morte annunciata e solo ritardata del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti della scorta lasciarono, a meno di 2 mesi dalle altre cinque vite saltate in aria a Capaci, il paese atterrito e sfiduciato. L’esercito piombò in Sicilia, mentre Antonino Caponnetto, capo del pool (o meglio, di quello che restava del pool), singhiozzava: “è finito tutto, è finito tutto”.
A distanza di una sola settimana da via d’Amelio, un’altra anima volò via, in silenzio. Quella di Rita Atria.
Il padre Vito e il fratello Nicola le furono uccisi dalla mafia. Sua cognata, Piera Aiello, decise di collaborare con la giustizia. Rita seguì le sue orme nel novembre del 1991, a soli 17 anni. Attenzione, però. Rita non fu una pentita: fu una testimone di mafia. Chi la ascoltò? Il suo giudice, ovviamente: Paolo Borsellino, allora procuratore capo a Marsala.
“Per combattere il mondo mafioso” – spiega Attilio Bolzoni nel suo ottimo libro-inchiesta Uomini soli – “[Rita] spezza il vincolo di omertà, per raccontare il mondo mafioso ha dovuto abbandonare tutto. Famiglia, amici, fidanzato”, che pure trafficava droga.

Le dichiarazioni e le testimonianze delle due donne gambizzano la mafia di Partanna. Un giorno Giovanna Cannova, la madre di Rita, si presenta davanti alla procura accusando gli inquirenti di aver “rovinato” sua figlia, che Piera ha messo in testa alla cognata un sacco di “fissarie”(fesserie, nda). Borsellino decide con Rita di parlare alla madre, di convincerla della bontà del suo agire, senza successo. In realtà, il giudice ha convinto totalmente la ragazza che gli “sbirri” non sono gente cattiva, anzi. E quel giudice, per Rita, diventa quel padre che ha perduto troppo presto.
Era una ragazza che amava la giustizia, che sicuramente amava “il fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale” (sono parole di Borsellino). Ma dopo Capaci, anche dentro di lei inizia a serpeggiare un certo malumore. Confida a Piera (come riporta Umberto Lucentini, biografo del giudice palermitano): “a Partanna una leggenda dice che se vuoi raggiungere in cielo le tue stelle, le persone alle quali hai voluto bene ma che un colpo di lupara ti ha strappato, anche tu devi morire uccisa. Oppure devi aiutare la morte a venirti incontro…”
Ripudiata dalla madre, che dopo la sua morte distrusse la lapide a colpi di martello, il 26 luglio del 1992, a soli diciotto anni, Rita si gettò da un balcone, dal settimo piano di un palazzo di viale Amelia (così simile a via d’Amelio) a Roma, città nella quale si era rifugiata, sperando che lo Stato la tutelasse, non già militarmente, ma soprattutto istituzionalmente.
Tutt’ora il suo nome dalla lapide è cancellato. Di lei, resta soltanto un emblematico biglietto:
“Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.”

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Claudio Santovito
@clasantovito

Scrittore, giornalista. Specializzato in aviazione civile e trasporto aereo, mi occupo anche di cultura, inchiesta, curiosità dal mondo. Ho pubblicato, nel 2011, il mio primo romanzo "Tempo da dimenticare - Giallo nella notte barese" (Sentieri Meridiani Edizioni). Comunicazione, giornalismo digitale e Twitter le frecce nel mio arco. Ho un blog dedicato all'aviazione, "Notizie dal cielo". Rispondo io, a tutti, sempre. www.claudiosantovito.it - Twitter: @ClaSantovito

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