Arte, cultura e spettacolo

Giuseppe Vittore, quando il legno diventa arte

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Giuseppe Vittore, quando il legno diventa arte
Claudio Santovito

“Avete fatto voi quest’orrore, maestro?” La voce del soldato tedesco risuonò nella stanza. Il maestro lo guardò a lungo, corrugando appena la fronte, poi rispose. “No, è opera vostra!”
Mi immaginavo questa scena, svoltasi realmente davanti a “Guernica” e con interpreti Pablo Picasso e alcuni soldati tedeschi, mentre ammiravo le opere di Giuseppe Vittore. Solo che le opere di Giuseppe – detto Peppino – sono dei capolavori assoluti, veicoli di bellezza, a differenza di Guernica, veicolo d’odio.
Quando si serpeggia nel suo atelier itinerante, si ha la sensazione di transitare in un bosco incantato, dove tronchi e radici di alberi improvvisamente prendono vita e iniziano a interagire con il visitatore. La maestria con la quale forgia, plasma e intarsia comuni ciocchi di pero, quercia o ulivo, ricorda quella del Demiurgo platonico.
Carrozziere di professione – quando si pensa a un carrozziere si pensa a qualcuno che riempie una tuta sporca di grasso, con le mani nere che odorano di pasta abrasiva – mi osserva da lontano nel suo distinto pantalone, nella sua elegante polo chiara, il cui taschino tradisce un pacchetto di Camel.

Raccontando la genesi di alcune opere, servendosi di testimonianze fotografiche mostrate con il medesimo mix di stupore, orgoglio e gioia con il quale i neopadri mostrano le foto del proprio neonato agli amici, Giuseppe mi racconta: «Non sono io che creo, è il legno che mi parla, mi guida e mi indirizza… mi suggerisce lui stesso come plasmarlo. Non è opera mia, ma del legno stesso.»
Sono queste le parole con le quali il maestro descrive la sua arte, un’arte in cui emergono la gioia di vivere, la bramosia del futuro piuttosto che la nostalgia o l’avversione verso il passato, ma anche un tributo alla volontà divina che si radica in un Mosè dalle fattezze di Padre Pio, Cristi penitenti, Arche di Noè volanti, muovendo da elementi – le radici – che, a discapito del luogo nascosto che occupano, sono esse stesse vita.

L’indiscussa bravura di Peppino, innata e non scolastica – eppur perfetta – pulsa dall’inconscio e arriva da lontano, come l’eco di stagioni passate: è la sintesi della coraggiosa ricerca di un rifugio costruttivo nell’unica pratica attraverso la quale “l’uom s’etterna” – almeno in questo Dante riconosce il merito di Brunetto Latini – vale a dire l’arte. La sua è un’arte interiore – la più bella perché più vera, in quanto si alimenta di emozioni – che racconta a un tempo la sua gioia di vivere e i suoi dolori di uomo, ma proprio perché scolpita lascia il segno e sconfigge il tempo.
Quella stessa arte che nulla ha di oggettivo, se non la bellezza, ma che anzi è testimonianza lignea e scultorea di infinite pulsioni interne in continuo divenire, laddove la precisione e la sagacia dei tratti trova, senza soluzione di continuità, armonia con qualcosa di innato e divino.
Giuseppe Vittore esporrà le sue opere in occasione della Sagra della Zampina a Sammichele di Bari il 29 e 30 settembre in Corso Vittorio Emanuele 56.

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Claudio Santovito
@clasantovito

Scrittore, giornalista. Specializzato in aviazione civile e trasporto aereo, mi occupo anche di cultura, inchiesta, curiosità dal mondo. Ho pubblicato, nel 2011, il mio primo romanzo "Tempo da dimenticare - Giallo nella notte barese" (Sentieri Meridiani Edizioni). Comunicazione, giornalismo digitale e Twitter le frecce nel mio arco. Ho un blog dedicato all'aviazione, "Notizie dal cielo". Rispondo io, a tutti, sempre. www.claudiosantovito.it - Twitter: @ClaSantovito

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