Arte, cultura e spettacolo

“Il comandante e la cicogna”, l’ultima fatica di Soldini

“Il comandante e la cicogna”, l’ultima fatica di Soldini
Claudio Santovito

di Claudio Santovito
“Ma secondo te gli uccelli sanno che non sappiamo volare o pensano che non abbiamo voglia?”
È questo uno dei dubbi amletici del piccolo Elia, affascinato da una cicogna particolare, Agostina, che, nella sua infinita libertà – quella di volare – gli concede quotidianamente qualche minuto di sottomissione.
Il padre di Elia – Leo – è un modesto idraulico, con un mutuo da pagare e due figli – Elia, appunto, e Maddalena – molto vivaci.
La moglie è passata a miglior vita, lo raggiunge ovunque egli si trovi ogni mattina alle 4 in punto (un po’ una Cenerentola al contrario, ma col fuso orario dell’Aldilà o di qualsiasi altro posto in cui si trovi) e ascolta i suoi problemi, mentre sniffa caffè e lo esorta a rifarsi una vita.

Un video in cui la figlia “suona il piffero” a un amico finisce in rete e Leo è costretto a ricorrere a un bieco avvocato – l’avvocato Malaffano (nomen omen, con l’assonanza al malaffare, manco a dirlo) – con la faccia bronzea dell’Azzeccagarbugli manzoniano ma con lo stile e l’audacia dei moderni sciacalli (pardon, politici) pronti a tutto per rincorrere il denaro. Nello studio del legale incontra Nadia, precaria – oltre che nel lavoro – anche nella sua stessa vita, costretta a farsi largo tra i finanzieri per implorare il suo ormai ex capo (in manette) di corrisponderle lo stipendio con il quale pagare l’affitto di uno squallido monolocale, locato dal sensibilizzatore e reazionario Amanzio, il quale si nutre di giustizia autonoma e dotti aforismi che arricchisce con il suo estro.

Sullo sfondo di una splendida Torino sorvolata dal volo rassicurante di Agostina, tra rane surgelate e matite spezzate, va in scena lo spettacolo tragicomico di Silvio Soldini: raccontare un disagio collettivo attraverso una storia individuale e apparentemente leggera. Tutta la scena, infatti, si svolge sotto gli occhi indagatori e languidi del generale Garibaldi – generale, non comandante come lo scimmiotta Cazzaniga –, del maestro Leonardo, del musicista Verdi e del poeta Leopardi, le cui statue – in maniera prosopopeica – esternano la morale sopita degli italiani.
Dall’alto dei loro piedistalli, i loro animi soffrono esacerbati alla vista di una nazione smarrita come nella selva dantesca e nella Firenze delle guerre intestine, laddove i valori sono solo quelli economici e il dissapore misto al disgusto regna sovrano. I loro occhi assistono all’assalto di un parchimetro, all’affumicamento di una panchina e al litigio per un parcheggio; perfino a un avvocato che – prezzolato – prezzola un mercenario, emblema di una corruzione dilagante che non risparmia niente e nessuno. E la casa di Leo, in cui il disordine regna sovrano, diventa – in nuce – lo specchio crudele di un mondo in cui Garibaldi, così come tutti i patrioti e i grandi uomini, ognuno cantore e portatore di valori positivi, non si riconoscono più.
“I più intelligenti lo sanno e temo ci disprezzino, ma gli altri son come gli uomini: stupidi!”

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Claudio Santovito
@clasantovito

Scrittore, giornalista. Specializzato in aviazione civile e trasporto aereo, mi occupo anche di cultura, inchiesta, curiosità dal mondo. Ho pubblicato, nel 2011, il mio primo romanzo "Tempo da dimenticare - Giallo nella notte barese" (Sentieri Meridiani Edizioni). Comunicazione, giornalismo digitale e Twitter le frecce nel mio arco. Ho un blog dedicato all'aviazione, "Notizie dal cielo". Rispondo io, a tutti, sempre. www.claudiosantovito.it - Twitter: @ClaSantovito

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