Cronaca

Il maltrattamento sugli animali. Dalla violenza gratuita alla sperimentazione.

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Il maltrattamento sugli animali. Dalla violenza gratuita alla sperimentazione.
Roberto Loizzo

Recentemente si stanno diffondendo su internet e, in modo particolare, su Facebook immagini e gruppi che inneggiano alla violenza sugli animali che vedono questa come una vera e propria arte o, ancora peggio, un divertente passatempo con il quale divertirsi e divertire gli amici. Tutto questo mi ha portato a pormi alcuni interrogativi sotto il piano criminologico e legale di questi perversi passatempi cercando di provare a rispondere alle diverse domande che sono sorte sia al sottoscritto ma anche a diverse persone con cui ho avuto modo di parlare.
Numerose ricerche in campo psicologico e criminologico hanno messo in evidenza una forte correlazione tra maltrattamento di animali, bullismo e tendenza alla delinquenza anche in ragazzi molto giovani. Chi riesce a maltrattare un essere che non può difendersi è una persona con una carica aggressiva molto forte, che non conosce il significato della pietà, non prova rimorso. Non c’è empatia con ciò che è fuori di loro, tutto diventa un qualcosa a proprio uso e consumo.

Nella revisione del DSM-III, dell’American Psychiatric Association e nella ICD della World Health Organization è stata inserita la crudeltà fisica nei riguardi degli animali tra i sintomi del disturbo della condotta. Questo disturbo, che viene generalmente classificato per la prima volta nell’infanzia o nell’adolescenza, è descritto come << modello ripetitivo e persistente di comportamento in
cui i diritti fondamentali o le principali norme o regole sociali appropriate ad una determinata età vengono violati>>. La storia della cronaca nera, soprattutto quella americana che riporta le stragi all’interno della scuole ed università, riporta la presenza di maltrattamenti sugli animali da parte di coloro che si sono macchiati di quelle stragi, portando a focalizzare l’attenzione su questi gesti come strumento atto a prevenire fatti molto più gravi.
Ovviamente per parlare di “abuso” non occorre arrivare alla morte dell’animale, i maltrattamenti possono essere di varia natura fisica ed anche psicologica. Un macabro esempio può essere quello di un gatto crocefisso ed impallinato nel Ragusano.
L’articolo 544-ter, del Codice Penale individua in << Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche […] >> il soggetto che compie reato ed identifica così il danno. Si pone infatti l’accento sull’animale come portatore di diritti, egli ha il diritto di essere trattato in modo corretto secondo le sue caratteristiche specie specifiche.
Si capisce bene come molti contesti potrebbero essere scena di tutto ciò. Non solo, ad esempio, i combattimenti clandestini tra cani, ma anche i canili dove i cani stanno stipati in piccoli recinti dove il sovraffollamento crea un fortissimo stress ambientale, capace di alterare la percezione e minare il senso della stessa sopravvivenza, ma anche in una qualsiasi situazione casalinga in cui all’animale non siano fornite le necessarie cure, dove per cure non si intendono solo quelle legate al cibo o al riparo, ma anche quelle, forse più sostanziali, della vicinanza fisica e psicologica, dell’amorevolezza, del contatto, del reciproco affetto.

Eppure, sebbene una legge imponga severe pene, la vita degli animali è comunque sempre minacciata.
Ovviamente motivazioni diverse da quelle su descritte vanno ricercate nelle sperimentazioni fatti sugli animale anche se sempre e comunque di crudeltà si parla, mascherata dietro fini “nobili”.
Secondo la Direttiva 2010/63/UE, in via di recepimento in tutta Europa, Italia compresa, a partire dal 2013 si potrà sperimentare anche su cani e gatti randagi tutte le volte che gli scienziati riterranno:
1)    che è essenziale disporre di studi riguardanti la salute e il benessere di tali animali;
2)    che è essenziale disporre di studi che riguardano la salute umana;
3)    che è essenziale disporre di studi che riguardano la salute animale;
4)    quando vi siano gravi minacce per l’ambiente;
5)    quando sia scientificamente provato che è impossibile raggiungere lo scopo della procedura se non utilizzando un animale randagio.

Quest’ultimo punto è demandato alla valutazione degli sperimentatori il che significa che saranno loro a decidere se e quanto utilizzare un randagio come cavia.
Forse non tutti sanno che la legge sull’obiezione di coscienza alla vivisezione (L 413 del 1993) è una delle tre sole leggi del codice Italiano che prevedono la possibilità di fare obiezione di coscienza (le altre due, ben più note, riguardano una il servizio militare, l’altra l’aborto).
Un aspetto importante di questa legge è che obbliga << le strutture pubbliche e private legittimate a svolgere sperimentazione animale>> ed a << rendere noto a tutti i lavoratori e studenti il loro diritto di esercitare l’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale>>.
In particolare le segreterie delle facoltà universitarie sono tenute ad assicurare <<la massima pubblicità del diritto all’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale>>.
Nel 2012, sono ancora parecchie le Università inadempienti a questi obblighi: il che si configura come reato di omissione di atti d’ufficio – un reato, come si sa, di pertinenza del codice penale, in questo caso ancora più ovviamente chiamato in causa, giacchè tanti anni di omissione non possono certo spiegarsi in termini di semplice negligenza, ma di dolo.
Che di dolo si tratti si capisce pure considerando gli effetti dirompenti che avrebbe avuto l’applicazione congiunta del decreto legislativo 116/92 e della legge 413/93. Nel combinato disposto di queste leggi si comprende chiaramente che se un corso di laurea in una data università vi è anche un solo studente che dichiara la propria obiezione di coscienza alla vivisezione degli animali, tutti gli istituti universitari sono, in egual misura, tenuti ad avvalersi e, se manca di dotarsi, di metodi non vivisezionistici per la formazione di quel solo studente. Questo ha una ulteriore conseguenza e cioè che nel momento in cui vengono adottati sistemi che non coinvolgono animali, ciò fa venir meno la condizione di inderogabilità necessaria, prevista dall’art. 8 c.3 del D.Lgs. n. 116/92, comportando che la didattica con animali non può essere fatta per nessun studente e non solo per quello che ha fatto obiezione.

Si evince chiaramente l’effetto a catena che si sarebbe creato, portando la sperimentazione e la vivisezione ad uso didattico a scomparire del tutto in Italia. Chiaro è dunque il motivo di questa disinformazione degli studenti circa l’esistenza di questa terza tipologia di obiezione.
La motivazione per fine di lucro è una motivazione priva di ogni fondamento, soprattutto dal punto di vista umano e sociale, perché le immagini che si possono vedere di quelli che sono gli effetti causati da queste sperimentazioni su animali indifesi sono, a dir poco, raccapriccianti. Sarebbe utile fare in modo che, chi di dovere, conosca queste immagini ma che questa conoscenza non sia solo a mero titolo informativo ma che comprenda quello che è il danno ma anche delle sofferenze che vengono causate sugli animali a causa di queste sperimentazioni. Il tutto al fine di garantire un intervento serio e risolutivo sulla vicenda.

(Dott. Roberto Loizzo, Criminologo Forense ed Avv.to penalista in Bari)

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Roberto Loizzo

Avvocato e Criminologo Forense. Laurea Magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari “A. Moro”; Criminologo Forense con titolo conseguito presso l’Università Carlo Cattaneo LIUC di Castellanza (VA); Avvocato; Lavora nell’ambito penale occupandosi di criminalità e minori; Autore di articoli con analisi criminologica dei fatti di cronaca per le testate giornalistiche Barilive.it e CorrieredellePuglie.com; Docente presso Master Universitario di I e II livello in Criminologia Sociale alla PST BIC di Livorno per a.a. 2011 - 2012

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